Viaggio a Sderot, cuore della destra israeliana. «Il voto? Sceglieremo tra Netanyahu e Ben-Gvir»

di Lucia Capuzzi, inviata a Sderot
La città del Negev è stata devastata da Hamas. La comunità, già conservatrice, si è radicalizzata e ora è al bivio tra la scelta per il Likud del premier o gli ultraconservatori. Una svolta verso gli estremisti potrebbe però sottrarre al primo ministro voti essenziali alle elezioni del 27 ottobre
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October 15, 2026
Alte colonne di pietra bianca formano il memoria costruito sulle macerie della stazione di polizia distrutta il 7 ottobre
Itamar Ben-Gvir, leader della destra estremista israeliana, tra i suoi sostenitori / Reuters
Il volto serio di Itamar BenGvir osserva i passanti lungo la Menachem Begin, appena prima di svoltare per il viottolo che conduce al parchetto. A qualche centinaio di metri, i passanti si imbattono nella sagoma di Benjamin Netanyahu. Le foto del ministro della Sicurezza e leader del partito ultrà Otzma Yehudit – ritratto accanto alla numero due, Tally Gotliv – e quelle dell’attuale premier e capo della formazione conservatrice Likud si rincorrono muro dopo muro, contendendosi ogni spazio. Degli altri gruppi politici non ci sono che sporadiche tracce. A Sderot, la città israeliana più vicina a Gaza, le elezioni del 27 ottobre sono una competizione tra la destra tradizionale e quella estrema. «La mia scrivania è a 700 metri dalla Striscia. Per oltre due decenni siamo stati bersaglio dei razzi di Hamas. Poi c’è stato il 7 ottobre: i terroristi sono venuti qui per uccidere. E lo hanno fatto, fino a quando l’esercito non li ha fermati. Solo la presenza dei nostri soldati nell’enclave può garantirci la sicurezza. L’unico modo per farli restare è votare Netanyahu o Ben-Gvir. I cittadini lo sanno», spiega, nell’ufficio del municipio, il sindaco Alon Davidi, 53 anni, in carica dal 2013, prima per il Likud poi per Yamina, guidata da Naftali Bennett.
Il primo cittadino appartiene alla generazione arrivata in città trent’anni fa grazie ai programmi «per rafforzare l’identità ebraica» del movimento sionista religioso Garin Torani. La migrazione di giovani ortodossi e di ebrei provenienti dalle ex repubbliche sovietiche ha mutato il Dna di Sderot, centro operaio e progressista, trasformandolo in una roccaforte del nazionalismo. Nella corsa elettorale del novembre 2022, il Likud ha ottenuto il 40 per cento delle preferenze, il 25 per cento è andato all’alleanza tra Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che stavolta si presentano separati. Il massacro perpetrato da Hamas tre anni fa ha ulteriormente radicalizzato l’opinione pubblica. Almeno così sembra dai sondaggi. Un eccessivo spostamento verso il fronte ultrà potrebbe, però, privare Netanyahu di un bottino di voti essenziali in una corsa che si profila un testa a testa con il centrista Gadi Eisenkot. Il trauma del 7 ottobre è vivo. L’irruzione di miliziani a bordo di pick-up bianchi ha rappresentato il primo caso di infiltrazione in ambito urbano: gli attentatori hanno assassinato a colpi d’arma da fuoco 53 residenti, tra cui tredici anziani alla fermata del bus e una coppia di ragazzi in auto. Per ventisei ore, le truppe di Hamas sono rimaste asserragliate nella stazione di polizia dopo aver ucciso dieci agenti. Alla fine, le forze speciali le hanno fatte esplodere insieme all’edificio. Le colonne di pietra del memoriale eretto sulle macerie sono meta fissa dei “tour della strage”, a cui partecipano decine e decine di persone dal resto del Paese e del mondo. Deserta per mesi in seguito all’evacuazione per il conflitto a Gaza, Sderot è ora in piena attività. Cinquemila persone si sono aggiunte ai vecchi residenti, raggiungendo quota 42mila. Il Comune ha fatto del raddoppio della popolazione entro il 2040 uno dei propri obiettivi, anche grazie ai fondi speciali per lo sviluppo assegnati ogni due anni dal governo alla “cintura della Striscia”. La fascia di centri abitati del Negev occidentale, cioè, intorno all’enclave.
Manifesti elettorali di BenGivr a Sderot
Manifesti elettorali di BenGivr a Sderot
«Il lavoro non manca in questo periodo», dice Yossi, agente immobiliare, mentre sorseggia il caffè a un tavolino del Sasson’s corner, popolare luogo di ritrovo. La prossimità con Gaza, ancora dominata da Hamas, non frena il boom. «Ci sentiamo sicuri. Almeno fino a quando la destra resterà al potere», aggiunge Yossi. Daniel annuisce: «Sono indeciso tra Likud o Otzma Yehudit. Non ci sono alternative. La sinistra ci consegnerebbe nelle mani dei palestinesi». «Nessun altro è forte abbastanza», aggiunge Daniel. La forza – percepita – è la base dell’appeal dell’attuale premier. «È leader da così tanti anni che una parte della popolazione lo vede come indispensabile, l’unico in grado di difendere Israele», spiega Anshel Pfeffer, autore della nota biografia “Bibi: the turbulent life and times of Benjamin Netanyahu”, pubblicata da Basic Books e ancora non tradotta in italiano. Una narrazione capace di resistere al palese fallimento della sicurezza il 7 ottobre. E alle recenti inchieste che hanno rivelato gli allarmi ignorati da parte del governo. «I sostenitori le considerano un’invenzione della sinistra. Netanyahu è maestro nella propaganda. Ha fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica di avere fatto un buon lavoro, rendendo Israele la grande potenza del Medio Oriente – sottolinea Pfeffer –. E tanti gli credono». «Con gli amici non parlo di politica – conclude Gad, a Sderot da 18 anni –. I partiti di minoranza mi hanno chiesto se ero disposto a esporre i loro simboli fuori da casa. Ho avuto paura di espormi. Non avevo mai provato una simile sensazione. Prima evitavo di prendere una posizione netta per riserbo. Stavolta ho avuto paura»

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