Birmania dimenticata, il grido dall’esilio svedese: «Non rassegniamoci alla dittatura»
Maw Htun Awng, vice ministro del governo “ombra” birmano: «Il governo dell’attuale presidente, al potere da gennaio dopo elezioni farsa, non ha una visione»

L a timidezza di Maw Htun Awng si scioglie in un fremito elettrico. D’istinto si arrotola le maniche della camicia e lascia affiorare un sorriso grande, contagioso. «Mi succede ogni qual volta mi trovo a parlare di politica», confessa. Quarantatré anni, viceministro per l’Energia del governo di unità nazionale del Myanmar in esilio in Svezia, ha voglia di raccontarsi. E di far capire a chi lo sta ad ascoltare – è stato ospite di uno spazio sulla serie “guerre dimenticate” di Avvenire al Festival di Internazionale a Ferrara – che anche per un Paese come il suo, lacerato da una frammentazione etnica “congenita”, dallo stato di guerra permanente che è seguito all’indipendenza ottenuta dal Regno Unito nel 1948 e dal colpo di stato che, cinque anni fa, ha riacceso un sanguinoso conflitto civile, la pace, sì, è sempre possibile.
È la sua stessa storia a dimostrarlo. Maw Htun Awng è cristiano. È nato a Myitkyina, nel Kachin, uno degli Stati più ricchi di risorse naturali del Myanmar. Si è laureato in Informatica all’università di Yangon e, su incoraggiamento del padre, responsabile gestionale di una miniera di giada, ha studiato anche all’estero, prima al politecnico di Hong Khong, poi, con una borsa di studio Fulbright, alla Cornell university di Ithaca, nello Stato di New York. «Quando sono tornato nel mio Paese – racconta – ho sentito forte il bisogno di dedicarmi alla politica e di farlo a modo mio». La sua avventura è cominciata insegnando alla sua gente a protestare. «Li ho convinti a scendere in strada contro il governo indossando i loro abiti più belli, quelli della tradizione popolare, perché ero sicuro che questa manifestazione identitaria, allora, avrebbe scoraggiato una qualsiasi azione violenta». «Funzionò», sottolinea con orgoglio.
Il passo successivo fu la candidatura alle elezioni del 2020, quelle che portarono alla vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi sovvertita dal golpe del generale Min Aung Hlaing. «Presi la decisione di non candidarmi per lo Stato di Kachin – spiega – ma per quello di Shan. Volevo provare a dimostrare che la buona politica va oltre le differenze etniche, che un cristiano avrebbe potuto essere scelto a rappresentare un Paese a maggioranza buddista, che avevamo gli stessi valori e gli stessi bisogni». Per un soffio, non ce la fece. La sua sfida, però, l’aveva già vinta: «Ebbi la prova che si può unire anche chi è stato a lungo diviso».
Due mesi dopo, il colpo di stato. Maw Htun Awng fu invitato a prendere parte all’esecutivo “ombra” nato in risposta a quello insediato dalla giunta militare. Le autorità emisero a suo carico un mandato di cattura che lo costrinse a una lunga fuga verso il sud. Percorse a piedi chilometri e chilometri di campagne insieme alla madre, alla sorella, al genero e ai suoi due nipotini, caricati a turno in spalla quando il tragitto s’interrompeva in un fiume da attraversare. La sua seconda vita è cominciata appena varcato il confine con la Thailandia.
Il bisogno di curare il cancro che, nel frattempo, aveva cominciato a consumargli il corpo, lo ha portato fino in Svezia. È da qui che continua, oggi, a lavorare per il Myanmar. «Il governo di cui faccio parte – argomenta – si riunisce in remoto quasi tutti i giorni. Alcuni ministri vivono all’estero, proprio come me, ma diversi sono quelli che si trovano all’interno del Paese. Insieme amministriamo le cosiddette zone liberate. Funzioniamo come un qualsiasi esecutivo nazionale, forniamo servizi, strade, scuole, università e ospedali, e riscuotiamo le tasse oltre ai proventi derivanti dalla vendita delle risorse naturali». «Abbiamo creato una banca digitale, la Spring Development Bank, e creato una nostra criptovaluta – elenca –. Ci finanziamo anche attraverso le obbligazioni emesse subito dopo il golpe sul modello di quelle varate dagli Usa durante la Seconda guerra mondiale». Le hanno chiamate “E.O.D.”, che sta per “end of dictatorship, ovvero fine della dittatura. A breve, anticipa, usciranno invece i “Victory bond”.
Federazione, democrazia, giustizia, uguaglianza sono i termini che ricorrono più spesso nel discorso sul futuro del Myanmar. Il viceministro parla di “visione” con il piglio deciso di chi sa che è questo ciò che fa di un politico un leader. Il governo di Min Aung Hlaing, il presidente eletto a gennaio dopo elezioni “farsa”, dice, non ne ha nessuna. «Il loro sistema si regge solo sull’urgenza di auto preservarsi, di sopravvivere a qualsiasi cambiamento. Lo si capisce bene anche dall’approccio che hanno all’economia. Le loro politiche non tengono conto del benessere dei cittadini, del Pil, dell’inflazione, dei tassi di cambio o di altri indicatori. Tutto è orientato a tenere in vita la macchina militare, a trovare il denaro, gli aerei e il carburante per continuare a bombardare i civili. La campagna di terrore dal cielo non è certamente economica ma va fatta per continuare a terrorizzare la popolazione e a dimostrare ai Paesi vicini che l’esercito ha ancora il controllo». Di questa strategia, aggiunge, «fa parte anche l’idea di tenere i birmani divisi, gli uni contro gli altri. La gente, però, sta iniziando a capire che questa è solo una tattica di oppressione».
Gli addetti ai lavori prevedono che il conflitto civile s’inasprirà ulteriormente quando le operazioni militari – adesso programmate per liberare i corridoi economici verso l’India e la Cina e a mettere in sicurezza i territori su cui verranno realizzare le infrastrutture per la Russia – torneranno nelle aree centrali del Paese, quelle più densamente popolate. Le stragi di civili, come quella del 28 settembre al mercato di Kyauktaw, nel nord del Rakhine, potrebbero essere all’ordine del giorno. «No, non mi rassegno all’idea che la stabilità sia preferibile alla guerra – insiste – perché è falsa. Il Myanmar ha già fatto esperienza di lunghi anni di stabile dittatura che, ricordiamocelo, hanno portato solo a corruzione e clientelismo, distruzione smodata delle foreste pluviali e svendita di risorse naturali. Questa non è prosperità». Da qui l’appello: «Non posso promettere alla mia gente un futuro immediatamente ricco e perfetto, la caduta di un regime non coincide con la nascita di una democrazia vera, è un processo che richiede tempo. Potrebbero volerci generazioni, partiamo dalla nostra».

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