Truppe Usa in Iran? Il "ni" di Trump e l'ipotesi di missioni mirate
di Elena Molinari, New York
I sondaggi indicano una maggioranza di americani contraria a una lunga campagna militare. Il numero delle vittime (13) e l'aumento del prezzo del petrolio incide sull'umore dell'elettorato. E il Pentagono chiede finanziamenti per 200 miliardi

Le parole e i fatti non coincidono e il risultato è un messaggio opaco che riflette l’incertezza strategica di Washington. Ieri, nello Studio Ovale accanto alla premier giapponese Sanae Takaichi, Donald Trump ha escluso l’invio di truppe di terra nella guerra contro l’Iran. «Non sto mettendo truppe da nessuna parte», ha detto, salvo aggiungere subito dopo: «Se lo facessi, certo non ve lo direi». Una formula che tiene aperta ogni opzione. Non a caso, nelle stesse ore, fonti dell’Amministrazione citate dai media americani confermavano che piani per il dispiegamento di migliaia di soldati – inclusi reparti dei Marines già nell’area – sono allo studio.
L’ambiguità emerge anche nel contesto dell’incontro con Tokyo, dominato dalla sicurezza energetica. Trump ha insistito sulla necessità di difendere lo Stretto di Hormuz «per il bene del mondo», sottolineando che gli Stati Uniti «non lo utilizzano direttamente» ma lo proteggono per gli altri Paesi industrializzati. Da qui l’attacco agli alleati: la Nato, ha detto, «non vuole aiutarci a difendere lo Stretto, eppure sono proprio loro ad averne bisogno». Subito dopo ha aggiunto che «ora sono diventati molto più gentili», segno – secondo la Casa Bianca – che le pressioni americane stanno producendo effetti. Il Giappone è tra i Paesi coinvolti nei piani per riaprire la rotta, di fatto paralizzata dopo le ritorsioni iraniane e gli attacchi alle infrastrutture energetiche. Non è mancato un momento di imbarazzo: Trump ha evocato l’attacco giapponese a Pearl Harbor come esempio di «attacco a sorpresa», ricordando alla premier un passaggio traumatico della storia americana. Dietro gli equilibrismi verbali si intravedono le ragioni che potrebbero spingere Trump verso un intervento sul terreno. Dopo oltre due settimane di bombardamenti congiunti con Israele, l’Amministrazione valuta missioni mirate: mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito, impedire il ripristino delle capacità nucleari iraniane e assumere il controllo di nodi strategici come i terminal petroliferi del Golfo. Obiettivi difficilmente raggiungibili senza una presenza fisica. Non è un caso che lo stesso Donald Trump, nei giorni scorsi, abbia dichiarato di «non avere paura di nulla».
La scelta è allo stesso tempo forzata e complicata da due rischi. Da un lato, i sondaggi indicano una maggioranza di americani contraria a una lunga campagna militare, mentre il bilancio delle perdite – almeno 13 soldati uccisi e 200 feriti – rende difficile consolidare il consenso della base repubblicana. Dall’altro lato, il prezzo del petrolio è salito sensibilmente e quello della benzina ha iniziato a incidere sull’umore dell’elettorato. Trump minimizza – «mi aspettavo numeri molto peggiori» – ma ammette di aver previsto un aumento dei prezzi e un rallentamento dell’economia. «Passerà presto», assicura il presidente, pur riconoscendo che l’intervento rappresenta «una deviazione» rispetto a una fase di crescita.
In questo equilibrio instabile si inserisce anche la richiesta di nuovi fondi per la guerra. Il Pentagono si prepara a presentare al Congresso una domanda di circa 200 miliardi di dollari per l’operazione. «Un piccolo prezzo da pagare per essere sicuri di essere al massimo», ha detto Trump, insistendo sulla necessità di garantire «una grande quantità di munizioni» alle forze armate. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sottolineato che «serve denaro per eliminare i nemici». La guerra sta costando circa un miliardo di dollari al giorno. Un maxi-finanziamento contraddice però due pilastri della promessa elettorale trumpiana: ridurre il deficit ed evitare «guerre infinite». Il ritorno al Congresso segnala infatti che l’orizzonte del conflitto potrebbe estendersi ben oltre le quattro-sei settimane ipotizzate dalla Casa Bianca.
Parallelamente, l’Amministrazione cerca di contenere la crisi energetica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha indicato la possibilità di alleggerire le sanzioni su circa 140 milioni di barili di petrolio iraniano già in circolazione e di attingere ulteriormente alle riserve strategiche statunitensi. Misure che riflettono la centralità del costo del petrolio nella decisione politica. Il risultato è una linea che oscilla tra ridimensionamento ed escalation. Trump continua a rivendicare il controllo della situazione e il coordinamento con Israele – «siamo molto in sintonia», ha detto, pur sostenendo di aver sconsigliato alcuni attacchi – ma la distanza tra dichiarazioni pubbliche e mosse operative resta evidente.
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