Se al potente si rompe il giocattolo: aspettando il nuovo Air Force One

La bizzarra storia dell'aereo rappresentato nel modellino al centro dello Studio Ovale, ultimo giocattolo del presidente Donald Trump
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July 30, 2026
Un modellino di un aereo in primo piano. Sullo sfondo due uomini in abiti eleganti che parlano
Il modellino dell'Air Force One nello Studio Ovale, durante la visita alla Casa Bianca del premier israeliano Benjamin Netanyahu
Che sia una bicicletta o una chitarra, un castello di piccoli mattoncini di plastica, un pallone o una bambola: tutti i bambini hanno bramato, atteso, esultato davanti al sogno di un fantasmagorico giocattolo. Fra i lussi del potere esiste anche il recupero feroce dell’innocenza, la possibilità di vestire il capriccio con la ragion di Stato, di confondere il sorgere dell’onnipossente demenza con le necessità imposte dai destini del mondo. Così ecco il novello Air Force One, ridotto alla miniatura e posato a favore d’obiettivo sul tavolino che nello Studio Ovale precede gli scranni damascati e il celebre e severo caminetto, recentemente impreziosito da applicazioni d’oro che solo i profondi pregiudizi estetici impediscono di ricondurre alle satrapie orientali. Accanto al presidente Donald Trump, nell’ultima immagine disponibile, siede il premier israeliano Benjamin Netanyahu. La livrea del tycoon-in-chief ispira quella del modellino: il blu scuro dell’abito, il bianco della camicia, il rosso della cravatta, stratificati sulla fusoliera.
Come ogni bambino sa, maneggiare l’agognato balocco nell’impazienza del tripudio può talvolta rovesciarsi nell’incubo, l’amara e beffarda rottura. In autunno il lussuoso e titanico Boeing 747-8 finirà in un hangar dell’aviazione americana per i necessari aggiustamenti. Il pasticcio, in questo caso, è stato imperiale. I due aeroplani in costruzione incaricati di sostituire la flotta dei vecchi 747 in servizio dai primi anni ’90 sono in forte ritardo rispetto ai tempi di consegna prevista. Le frequenti riparazioni sono un imbarazzo per il presidente Trump, che chiede all’aviazione di trovare un sostituto temporaneo. È il trauma comparativo a far cadere la scelta sul poderoso esemplare: «Quando atterri e vedi l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e tutti questi Paesi, e loro hanno per lo più dei Boeing 747 nuovi di zecca, e poi vedi il nostro accanto al loro, sembra quasi che siano due aerei completamente diversi. E noi siamo gli Stati Uniti d’America. Credo che dovremmo avere l’aereo più impressionante di tutti», dirà il presidente dopo aver ricevuto in regalo dai principi qatarini la fortezza volante di cortesia.
Nell’agosto 2025 cominciano i complessi lavori di adattamento, nell’estetica e soprattutto ai rigidi protocolli di sicurezza, sospinti dall’ossessione presidenziale: il nuovo Air Force One deve essere operativo per il 4 luglio 2026, quando la repubblica compirà due secoli e mezzo. Tempi previsti, fra i 18 e i 24 mesi. Ma la compagnia incaricata dell’ammodernamento, la L3Harris’s, spreme 400 tecnici in tre inesausti turni giornalieri, perché l’impossibile venga addomesticato, perché la Terra attonita al nunzio stia, e risuonino invece le 750 basi americane sparse sulla sua tremebonda superficie. Il 16 aprile il nuovo Air Force One scalda i motori sorvolando il Texas e la Louisiana. Il 1° maggio l’operazione di rinnovo è completata, mancano solo i nuovi colori, che andranno a sostituire il bolso, poco olimpico e tanto meno tonitruante blu-uovo-di-pettirosso voluto da John F. Kennedy e Jaqueline Kennedy. Il 1° luglio, autorizzato da un documento “speciale” dell’Amministrazione federale dell’aviazione, l’Air Force One può finalmente ospitare fra le sue segrete stanze volanti il comandante in capo. Considerando anche l’esemplare gemello, necessario per l’addestramento dei piloti, il costo totale dell’operazione sfiora la modica cifra di 1 miliardo di dollari. L’equivalente di uno, massimo due giorni di guerra all’Iran. Un’inezia per i contribuenti americani. Fra loro, tuttavia, si annida anche l’infida schiatta dei giornalisti. L’urbano e democratico “New York Times” in particolare, che a partire da una foto comincia la minuziosa decostruzione del giocattolo. All’Air Force One manca il sistema laser capace di disorientare i missili nemici, le unità di potenza ausiliarie in coda, la scaletta per le uscite d’emergenza. Bagatelle, pretestuose malignità di chi non conosce la vittoria, che non pregiudicano il volo fra i tersi e blindati cieli della nazione. Ma l’8 luglio Trump viene raggiunto in una stanza del Merriot di Ankara da un’infausta notizia: secondo i servizi segreti esiste la possibilità che le milizie alleate all’Iran possano prendere di mira il velivolo presidenziale. È necessario ricorrere al vecchio Air Force One, almeno fino alla sicura Inghilterra. «Per amore dei vecchi tempi», abbozzerà Trump sul social Truth. Come sono alti, irraggiungibili il maggiolone scassato del presidente uruguayano Mujica, la bicicletta con cui Thomas Sankara attraversava in ascolto il cuore notturno di Ouagadougou. Ossessionato dalla siccità, dall’ignoranza, dalla malattia del popolo burkinabè, era solito scucire passaggi aerei agli altri presidenti africani in visita. Un irripetibile autostoppista del cielo.

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