Perché l'esito del voto nel gigante Brasile è uno smacco per Trump (più di quanto si pensi)

La concentrazione di risorse rende il Paese particolarmente interessante per il presidente Usa, deciso ad estendere la propria egemonia nei quadranti sensibili del mappamondo. Ma la conferma imprevista di Lula allontana l'obiettivo
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October 27, 2026
Perché l'esito del voto nel gigante Brasile è uno smacco per Trump (più di quanto si pensi)
Il presidente Luiz Inacio Lula da Silva / Paulo Lopes/Xinhua/ABACAPRESS.COM / FOTOGRAMMA
Tredici. Disegnati nelle magliette e nelle bandiere, l’uno e il tre sono ovunque il giorno dopo la vittoria inedita di Luiz Inácio da Silva alias “Lula”, il calamaro, nomignolo di fabbrica, al ballottaggio. Nel sistema di votazione brasiliano, a ogni aspirante presidente viene assegnata una cifra. Tredici è quella del leader progressista. Ma non solo. Il suo valore travalica le frontiere e assume dimensione continentale. Tredici è la quota a cui si fermata la “Dottrina Donroe” oltre il Rio Bravo. Negli ultimi anni, l’ondata dell’ultradestra ha investito uno dopo l’altro altrettanti Paesi della regione sul totale di ventitré. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, l’effetto domino è sembrato inarrestabile: su otto elezioni disputate, sette hanno visto l’affermazione di suoi fedelissimi. Fra i dieci Paesi rimasti fuori dall’orbita di Washington, poi, figurano il caos-Haiti, i piccoli – soprattutto per influenza – Belize, Suriname e Guyana, la barcollante Cuba e lo screditatissimo Nicaragua. Maggior peso specifico hanno l’Uruguay, il Guatemala e soprattutto il Messico. Al gruppo, ora, con una giravolta imprevista, si aggiunge il “gigante Brasile” con la sua elefantiaca mole geopolitica. Occupa un terzo dell’America meridionale ed è casa di metà della popolazione latinoamericana. Elemento non meno importante – come sottolinea Manoel Ribeiro de Moraes Junior dell’Università del Pará -, detiene i maggiori giacimenti mondiali di terre rare dopo la Cina: 11 milioni di tonnellate. Con Pechino, infine, il Paese ha un rapporto commerciale senza pari. E condivide il tavolo dei Brics, di cui Lula è stato tra i fondatori.
La concentrazione di risorse rende il Paese particolarmente “interessante” per il tycoon, deciso ad estendere la propria egemonia nei quadranti “sensibili” del mappamondo. A partire da Sud. Nonostante una certa “simpatia” per Lula, Trump non ha mai nascosto la preferenza per Bolsonaro Jr. A maggio, pur non ricoprendo alcun incarico di governo, ha voluto ricevere “il figlio dell’amico Jair” alla Casa Bianca e, su sua richiesta, ha incluso le principali organizzazioni criminali brasiliane – Primeiro comando da capital e Comando vermelho – nella lista dei gruppi terroristici. In segno di ringraziamento, il senatore 45enne ha promesso l’immediata adesione, in caso di elezione, allo “Scudo delle Americhe”, il programma di sicurezza continentale promosso dagli Usa. Poi è cominciata la sfilza di sanzioni contro esponenti del governo di centrosinistra, giudici e poliziotti considerati responsabili della condanna a 27 anni per golpe di Bolsonaro padre. Il dossier più spinoso è stato, però, il “caso Meta”: la denuncia presentata, la scorsa settimana, dal candidato progressista alla giustizia brasiliana e all’Onu nei confronti del colosso digitale, accusato di favorire il rivale.
«La società brasiliana ha sconfitto l’algoritmo e le ingerenze straniere», ha voluto sottolineare, non a caso, Lula nel discorso con cui ha inaugurato la sua “quarta volta”. Il risultato è stato accettato dai principali leader della regione per cui, nonostante la distanza ideologica, il Brasile resta un partner inevitabile. Flávio Bolsonaro, al contrario, ha rifiutato di riconoscere la sconfitta e minacciato «conseguenze». Trump ha incassato il colpo a una settimana dal midterm. Chissà se conosce quanto detto da Richard Nixon, nel 1971, all’allora rappresentante del regime militare al potere a Brasilia, Emilio Guarrastasu Médici: «Dove va il Brasile, andrà il Continente».

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