«Per Israele la sicurezza è legata alla guerra. Per questo Netanyahu continua a colpire»

Parla l'analista politico israeliano, Ido Dembin: il conflitto permanente resta un'opzione tattica che fa presa sull'opinione pubblica, anche se poi Hamas a Gaza resiste, così come Hezbollah in Libano. Il premier è il garante di questa visione
April 9, 2026
«Per Israele la sicurezza è legata alla guerra. Per questo Netanyahu continua a colpire»
Un ragazzo con la bandiera israeliana per le vie di Tel Aviv / Reuters
«Spero che il massiccio attacco sul Libano sia il canto del cigno, e che Israele lo abbia lanciato per poter dichiarare che la guerra è stata portata a termine in una posizione vittoriosa. Il cessate il fuoco negoziato dal Pakistan include tutti i fronti, anche quello con Hezbollah. Se così non fosse ci troveremmo di fronte a un pericoloso prolungarsi del conflitto, la quinta e protratta campagna di Israele in Libano dal 1978 a oggi». Mentre Ido Dembin risponde alle domande di Avvenire da Rehovot, vicino a Tel Aviv, due razzi del Partito di Dio si schiantano senza causare danni pochi chilometri oltre il confine. Sono i primi dopo 12 ore di quiete, la prima risposta alla feroce violazione israeliana della tregua. Dembin, analista politico israeliano, esperto delle relazioni fra Tel Aviv e Washington e direttore del think tank “Molad”, inquadra l’operazione dell’Idf in territorio libanese all’interno di uno approccio alla sicurezza che include anche Gaza e la Siria: “esternalizzare” il conflitto, portarlo il più possibile lontano dai confini.
Questo schema non rischia di trasformarsi in una guerra permanente?
È esattamente così. Hamas è ancora a Gaza, Hezbollah è in Libano, il regime siriano ora gode del supporto di Stati Uniti e Turchia. Questa guerra può offrire solo vantaggi tattici, non strategici. In Libano esiste un governo che sta facendo di tutto per cercare una soluzione diplomatica, e parla addirittura di pace. Sarebbe il modo migliore per marginalizzare Hezbollah, e l’Iran. In passato abbiamo risolto con successo le storiche ostilità con Egitto e Giordania. Se non lo facciamo, come sembra potersi evincere dalle decisioni del governo, l’intera regione precipiterà ancora una volta, e molto presto, nel caos.
Qual è dunque lo scopo dell’esecutivo guidato dal premier Netanyahu?
Credo che il governo sia interessato a consolidare la narrazione che vede la sicurezza nascere solo dall’azione militare, mentre la pace è vista come debolezza. In questo senso segue la sensibilità del pubblico israeliano, naturalmente con un occhio alle elezioni di ottobre. I numeri danno ragione al primo ministro. Dopo il 7 ottobre il suo partito il Likud, era sceso nei sondaggi da 32 a 16 seggi. Oggi è tornato a 28. Netanyahu è riuscito a convincere la base, dopo tutto ciò che è accaduto, che sia ancora lui l’opzione migliore, garante di una guerra permanente, e di Israele come Sparta del 2026. Ciò avviene anche grazie alla frammentazione dell’opposizione. Fra i cinque partiti che la compongono solo i democratici guidati da Yair Golan, un ex generale, offrono una visione diversa.
In che modo la presidenza Trump sta condizionando la politica israeliana?
Trump è intervenuto sui problemi legali di Netanyahu, chiedendo la grazia al presidente Herzog, prima che l’imputato fosse condannato. La relazione fra i due è così buona perché hanno interessi personali comuni, e questo da cittadino di un paese sovrano e democratico mi preoccupa. Gli americani sono nostri amici, non i nostri re. Mi preoccupa molto che le decisioni siano basate sui benefici che portano ai singoli. Sarebbe un sollievo avere un primo ministro, anche di destra, privo di problemi giudiziari, che fa delle scelte pensando a ciò che è meglio per le persone, non per sé stesso.

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