«Noi, minoranza araba, pronti alla democrazia in Iran. Non ci abbandonate»

Parla Aref al-Kaabi, leader in esilio dell’opposizione araba sciita al regime di Teheran: «Superare le contrapposizioni tra i movimenti di opposizione»
January 3, 2026
«Noi, minoranza araba, pronti alla democrazia in Iran. Non ci abbandonate»
Aref al-Kaabi, leader del movimento Ahwaz
La caduta del regime non è imminente né scontata, ma tocca anche alle opposizioni, divise e non di rado contrapposte, «definire un quadro d’azione comune», scongiurando la deriva verso «una guerra civile«». Aref al-Kaabi, leader del movimento Ahwaz - la minoranza araba sciita in guerra aperta con la leadership degli ayatollah - ci risponde dal suo riparo in una capitale europea. Gli Ahwaz  prendono il nome dalla città capoluogo del Khuzestan, che occupa meno del 4% del territorio iraniano ma fornisce oltre l’80% della produzione petrolifera di Teheran.
Perché le nuove rivolte in questo momento? 
Anche se il peggioramento delle condizioni economiche e di vita ha spinto questi giovani a scendere in piazza, non è questa la spinta principale.  Fin dai primi giorni, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno aperto il fuoco sui manifestanti. Temo che questa rivolta venga fermata, come altre in precedenza, se la comunità internazionale non ci sosterrà. 
Che notizie riceve dalle “piazze”?
Ci troviamo di fronte ai Guardiani della Rivoluzione, che si considerano i rappresentanti di Dio sulla Terra secondo la dottrina sciita e che, di conseguenza, probabilmente tenteranno di annientare i manifestanti, in particolare nelle città a maggioranza araba di Ahwaz, nel sud dell’Iran.
Come state organizzando le proteste?
Nella nostra regione Ahwaz, in persiano Ahvaz, la popolazione  più di 400 manifestanti sono stati arrestati e non sappiamo ancora quale sia la loro sorte e dove si trovino. Ma questo non fermerà la gioventù rivoluzionaria. All’interno del Comitato esecutivo di Ahwaz, la nostra posizione è chiara e trasparente: continueremo la nostra lotta per rovesciare il regime religioso al potere a Teheran. 
Tra le  formazioni dissidenti non c’è mai stata una vera alleanza. Siete pronti a coalizzarvi?
Saremo al fianco di tutti gli altri gruppi etnici per instaurare la giustizia sociale e la democrazia, prima nelle nostre regioni, poi in tutto l’Iran. Questo è l’obiettivo fondamentale per il quale chiediamo il sostegno della comunità internazionale. Esortiamo inoltre l’opposizione iraniana, in particolare il Movimento monarchico e l’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo Iraniano (Ompi/Mek), a riunirsi e a definire un quadro d’azione comune, al fine di evitare un vuoto di sicurezza che, con la caduta del regime, potrebbe degenerare in un conflitto interno e in una guerra civile.
In Occidente c’è chi fa il tifo per un ritorno alla monarchia dello Scià.
L’opposizione iraniana deve affrontare l’assenza di una visione unitaria per il dopo-regime. Reza Pahlavi, figlio dello Scià, aspira a restaurare la monarchia nella stessa forma del regime rovesciato dal popolo iraniano nel 1979 (cui seguì la nascita della Repubblica islamica, ndr) . Da parte sua, l’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo Iraniano (OmpiI/Mek) è un movimento quasi religioso e ideologico che rivendica una repubblica a partito unico: lo stesso Ompi/Mek.
Sta pensando a una secessione dopo la caduta degli ayatollah?
No, il potere esecutivo dello Stato di Ahwaz svolgerà un ruolo di primo piano nell’elaborazione del futuro sistema politico iraniano, sulla base della creazione di una confederazione con lo Stato di Ahwaz, al fine di garantire la democrazia in tutto l’Iran.
C’è chi sostiene che le rivolte siano fomentate dall’estero. In che rapporti siete con Usa e Israele?
Non credo che Israele o gli Stati Uniti siano coinvolti in ciò che sta accadendo in Iran, ma le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sono state chiare chiare: «Se i Guardiani della Rivoluzione interverranno e spareranno sui manifestanti, noi interverremo». Ma in che misura questa promessa sarà messa in pratica solo il futuro ce lo dirà.

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