«Giù le mani dalla nostra tv». Migliaia in piazza a Praga contro la riforma dell'emittenza pubblica del premier Babiš

Dal primo gennaio 2027 nella Repubblica Ceca viene soppresso il canone annuo, la radiotelevisione nazionale sarà finanziata solo con l'erario dello Stato, con un taglio del 15% dei fondi. Per i critici un modo per mettere i media sotto controllo del governo
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June 22, 2026
«Giù le mani dalla nostra tv». Migliaia in piazza a Praga contro la riforma dell'emittenza pubblica del premier Babiš
Il premier ceco Andrej Babiš / Foto EPA
GIOVANNI MARIA DEL RE
È rivolta nella Repubblica Ceca contro la riforma della radiotelevisione pubblica varata dal governo di destra nazionalista guidato del premier Andrej Babiš. Domenica 21 giugno davanti alla sede della televisione pubblica si sono assembrate migliaia di persone al grido «giù le mani dal servizio pubblico», il 22 giugno è stato proclamato uno sciopero generale di tutte le emittenti. Al centro una riforma che a detta dei critici è destinata a ridurre di molto l’efficacia e l’indipendenza della radiotelevisione pubblica, più volte osteggiata da Babiš per servizi considerati troppo «critici».
La riforma abroga il canone annuo (comunque molto modesto: 1.800 corone l’anno, pari a 74 euro, per la televisione e 660 corone, pari a 27 euro, per la radio): l’emittenza pubblica dal primo gennaio 2027 sarà direttamente finanziata dalle casse dello Stato, senza peraltro una garanzia a medio lungo termine sulla stabilità finanziaria. Piuttosto, viene imposto un taglio del 15% dei finanziamenti, e cioè una decurtazione di 1,4 miliardi di corone (57 milioni di euro). Il che si tradurrà in tagli, avvertono i direttori di tv e radio, di 450-700 dipendenti su un totale di 4.250 lavoratori. 
Del resto, è chiaro che la partita va ben al di là del finanziamento. Il timore è sostanzialmente di arrivare a media controllati dal governo come accaduto nell’Ungheria di Viktor Orbán (il successore Peter Magyar sta infatti attuando una contro-riforma dell’emittenza pubblica) e nella Slovacchia di Robert Fico. «I media pubblici – ha tuonato domenica davanti ai dimostranti Mikuláš Minár, uno degli organizzatori del movimento di protesta Milioni di momenti per la democrazia – non appartengono ai politici, ma a tutti noi e non permetteremo che ci siano scippati». Sul palazzo della televisione pende uno striscione dei dipendenti con la scritta «grazie» rivolta ai dimostranti.
Babiš, leader del partito nazional populista Ano («Azione cittadini insoddisfatti»), è alleato con l’estrema destra del Partito per la libertà e la democrazia diretta (Spd) e il nazionalistico Partito degli automobilisti. La futura coalizione già in campagna elettorale aveva promesso la riforma, promessa mantenuta ora, pochi mesi dalla vittoria alle urne lo scorso ottobre. Finora Babiš ha difeso la legge e non dà segni di volerla ritirare.  «Nessuno vuole intaccare l’indipendenza dei media pubblici — ha cercato di rassicurare — non decideremo dei contenuti». Solo che anche la radiotelevisione pubblica deve imparare che «i soldi non crescono sugli alberi, deve risparmiare». 
In realtà pochi credono alla buona fede di Babiš. Certamente non la dirigenza delle emittenti. «È una mossa ostile – ha dichiarato il capo della radio pubblica René Zavoral – non è possibile interpretarla se non come una vendetta per il fatto che facciamo bene il nostro lavoro». «Il governo – ha dichiarato il capo dell’ufficio di Praga di Reporters senza frontiere Pavol Szalai – ha formalizzata la pressione economica dei media pubblici». 
Babiš sostiene di fare quello che già fanno vari Stati Ue, ma Szalai rinvia all’articolo 5 dell’European Media Freedom Act (la Legge Ue sull’indipendenza dei media, in vigore dal 7 maggio 2024), che prescrive che i fornitori di media di servizio pubblico «dispongano di risorse finanziarie adeguate, sostenibili e prevedibili corrispondenti all’adempimento della loro missione di servizio pubblico e alla capacità di sviluppo nell’ambito di tale missione. Tali risorse finanziarie sono tali da salvaguardare l’indipendenza editoriale dei fornitori di media di servizio pubblico». La battaglia sarà probabilmente ancora lunga. 

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