«Le bombe non hanno portato la libertà». La disillusione dei dissidenti di Teheran

Ogni ondata di proteste in Iran ha eroso la legittimità del regime senza abbatterlo, lasciando un apparato repressivo più raffinato e una sorveglianza digitale sempre più pervasiva. Ora gli oppositori dentro e fuori dal Paese rimangono divisi e senza una guida
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June 12, 2026
Persone camminano per le strade di Teheran. Sullo sfondo, gli ayatollah Khomeini e Khamenei
Un manifesto per le strade di Teheran, in Iran, mostra gli ayatollah Khomeini e Khamenei/ Ansa
Quando, il 28 febbraio 2026, i missili statunitensi e israeliani hanno cominciato a cadere su Teheran, uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei, molti iraniani in esilio hanno esultato. Davanti alla Casa Bianca, decine di connazionali ballavano e cantavano e la diaspora celebrava la fine di quarantasette anni di teocrazia: l’inizio, pensavano in molti, del “giorno dopo”. Ma quella gioia si è rivelata più complicata del previsto. Con il prolungarsi dei bombardamenti, con i depositi petroliferi in fiamme a Teheran, gli ospedali danneggiati, i siti del patrimonio culturale colpiti, l’umore degli oppositori ha cominciato a cambiare. Alcuni di coloro che avevano invocato il cambio di regime hanno fatto un passo indietro, di fronte alla natura prolungata e distruttiva di una guerra che colpiva i civili. Il paradosso dell’opposizione iraniana tornava a galla nella sua forma più acuta: le bombe possono abbattere un regime, ma possono davvero portare la libertà? Per capire quel paradosso occorre guardare indietro.
Il Movimento Verde del 2009, nato dalla contestazione delle elezioni truccate, portò milioni di persone nelle strade di Teheran: fu soffocato nel sangue. Nel 2019-2020, le proteste contro il caro-benzina costarono oltre 300 vite. Nel 2022, la morte di Mahsa Amini scatenò la rivolta “Donna Vita Libertà”, la più ampia mai vista nella storia della Repubblica islamica, trasversale per genere, età ed etnia. Poi i moti del 2025-2026, in cui le forze di sicurezza hanno massacrato migliaia di civili. Il Clingendael Institute ha osservato che queste proteste combinano per la prima volta rivendicazioni politiche, economiche e di libertà civile, segnando un punto di svolta nell'instabilità politica e sociale iraniana. Ogni volta, la Repubblica islamica è sopravvissuta: attraverso la violenza di Stato, è vero, ma anche sfruttando la debolezza strutturale di un’opposizione frammentata, priva di una guida riconosciuta, incapace di tradurre la rabbia in forza organizzata. La figura più visibile dell’opposizione in esilio è Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià. Dopo l’assassinio di Khamenei, ha presentato un piano di transizione: elezioni libere, governo provvisorio, continuità dei servizi essenziali guadagnandosi il plauso di parte del Consiglio Atlantico, l’organo decisionale della Nato. Ma la sua ostentata vicinanza a Trump e Netanyahu ha alimentato i timori di chi vede in lui una transizione sotto tutela straniera. All’estero i gruppi si moltiplicano senza coordinarsi: monarchici, repubblicani, curdi, laici. La House of Commons Library ha osservato che questi movimenti «avanzano pretese concorrenti di rappresentanza», con una popolarità reale dentro i confini iraniani tutta da verificare. La Repubblica islamica non è una dittatura personale che crolla con il dittatore: è un apparato costruito in cinque decenni, che intreccia autorità religiosa, controllo economico e ramificazioni militari capillari nei pasdaran e nella Basij, con radici sociali reali tra le fasce più conservatrici e una capacità di rigenerarsi che nessuna decapitazione ha scalfito in profondità. Ogni ondata di proteste ha eroso la legittimità del regime senza abbatterlo, lasciando un apparato repressivo più raffinato e una sorveglianza digitale sempre più pervasiva.
Un funzionario dell’opposizione parigina ha detto a Reuters che «la guerra del giugno 2025, e quella attuale, hanno dimostrato che i bombardamenti non possono rovesciare il regime». Dentro l’Iran, mentre le bombe cadevano, la gente che prima acclamava i liberatori, poi si è rifugiata nei seminterrati disillusa. La libertà non arriva dall’esterno, ma si costruisce dal basso richiedendo tempo, organizzazione e, soprattutto, una guida riconoscibile come propria. Cosa che l’opposizione iraniana ancora non ha.

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