L’agonia di Tiro, in Libano, dove i cristiani sono al bivio tra fuga e resistenza

Gli ordini di evacuazione da parte di Israele si susseguono e terrorizzano la città, già fortemente provata dai bombardamenti. La visita in città del nunzio in Libano, monsignor Paolo Borgia: «Non siete soli, la Chiesa vi accompagna nelle preghiere»
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June 11, 2026
L’agonia di Tiro, in Libano, dove i cristiani sono al bivio tra fuga e resistenza
Una famiglia in fuga da Tiro, in Libano, dopo i bombardamenti dei giorni scorsi / Afp
Un recinto racchiude un ulivo secolare sotto cui è posizionata una statua a grandezza naturale di Gesù che prega nel Getsemani. Un cartello di legno fissato sul tronco riporta un'incisione: «Sia fatta la tua volontà». Nessuno, nel “quartiere cristiano” di Tiro dove c’è questa rappresentazione, avrebbe mai pensato che l’agonia di Cristo sarebbe stata vissuta dalle famiglie che vi risiedono. Un calice amaro che i capi delle comunità cristiane locali stanno cercando in ogni modo di allontanare. Martedì mattina, un ordine di evacuazione aveva scatenato il panico tra gli abitanti. «Avvertimento urgente ai residenti della città di Tiro, inclusa la zona cristiana», recitava il comunicato del portavoce dell’esercito israeliano. Una “prima” nella cronaca degli avvisi che precedono – ma non sempre – i bombardamenti o gli attacchi con droni che si susseguono a ritmo quotidiano da cento giorni. In un appello congiunto, i tre vescovi di Tiro – melchita, maronita e greco-ortodosso – hanno chiesto alle autorità libanesi e alla comunità internazionale di adoperarsi per salvare il quartiere da una «catastrofe dalle conseguenze irreversibili».
Immediata la solidarietà della Santa Sede, che si era già espressa domenica con l’improvvisa visita in città del nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, accompagnato dal metropolita greco-cattolico, monsignor Georges Iskandar, dal sindaco di Tiro e da diversi ufficiali francesi della missione Unifil. «Non siete soli», aveva detto Borgia alle famiglie cristiane incontrate, affermando che la Chiesa le accompagna nella preghiera e nel sostegno diplomatico, sottolineando anche che la loro presenza è un messaggio di speranza e un appello alla pace e alla convivenza. Per oggi il nunzio ha comunicato una nuova visita a Tiro e in altre comunità del Sud. Difficile censire, nelle attuali condizioni, il numero delle famiglie cristiane rimaste o scappate. Monsignor Iskandar, pastore della comunità cristiana più consistente di Tiro, è deciso a restare. «Rimaniamo in mezzo alla nostra gente, proprio come fecero i nostri padri e nonni prima di noi», ha detto il prelato in un messaggio ai fedeli. Ma non tutti hanno la forza di resistere alla violenza. Per tutta la giornata di ieri, e in tutto il Sud, si sono susseguiti raid e attacchi che hanno provocato 30 morti e 92 feriti, portando il bilancio complessivo delle vittime dal 2 marzo scorso a 3.696 morti e 11.413 feriti. Nuovi avvisi di evacuazione sono stati inoltre emessi per gli abitanti di Ghassanieh, Ansarieh e Houmin al-Faouqua, tutte località nel Sud del Libano. Ai libanesi si è rivolto direttamente ieri sera il premier israeliano Benjamin Netanyahu, con un videomessaggio: «Israele non è in guerra con voi, ma contro Hezbollah. Faremo tutto il necessario per proteggere le vostre famiglie». Parole smentite ripetutamente dalla realtà.
«La nostra più grande preoccupazione è quella di vedere svanire nel nulla tutto il lavoro costruito in due anni», confida ad Avvenire Giambattista Mosa, volontario dell’Ong Frontiere di Pace che opera in territorio comasco, rientrato proprio ieri dal Libano. Insieme a un collega volontario, Mosa aveva cercato lunedì di raggiungere Tiro senza riuscirci, a causa delle precarie condizioni di sicurezza. «Il nostro rapporto con questa città – racconta – è nato grazie a un articolo uscito su Avvenire in cui il testimone libanese sollecitava l’invio di alcune medicinali e di altri specifici aiuti». Da lì, aggiunge Mosa, è nato un rapporto di amicizia tra la Ong e un ambulatorio della città meridionale del Libano che offre gratuitamente i medicinali a chi ne ha bisogno, senza alcuna distinzione di appartenenza religiosa. Gli chiediamo se l’ambulatorio sia tuttora attivo. «La farmacista responsabile si trova ora sfollata a Sidone – risponde – ma il centro continua a operare, anche se a un ritmo ridotto e nonostante i danni materiali subiti a causa dei raid in zone limitrofe». I due volontari comaschi sono tuttavia riusciti a raggiungere diversi sfollati cristiani di Tiro che hanno trovato rifugio ad Harissa – vicino al famoso santuario mariano – nel monastero delle suore melchite del Perpetuo soccorso. La speranza di tornare a casa accomuna le 14 famiglie – per un totale di 39 persone – che occupano, già da marzo, l’intero primo piano del monastero. «Elias, un papà sfollato dai dintorni di Tiro, scorreva la galleria di immagini sul suo smartphone e ci mostrava la sua casa distrutta, mentre i suoi due figli seguivano, ognuno sul proprio tablet, le lezioni online. Altri sfollati – dice ancora Mosa – li abbiamo incontrati in un grande edificio scolastico di Sidone, trasformato in un centro di accoglienza». «Fuori dall’aula, nel corridoio – ricorda –, un insieme di gabbiette con pappagalli e uccellini che cantavano. Il loro proprietario non ha voluto abbandonarli».
Darine Al Jouny Safadi, 38enne cristiana sfollata da Tiro / Reuters
Darine Al Jouny Safadi, 38enne cristiana sfollata da Tiro / Reuters

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