La Serbia adesso è a un bivio: dove si va dopo Vucic?

di Gianluca Carini, Belgrado
Il fronte che ha unito europeisti, nazionalisti e ambientalisti deve ancora trovare una linea comune su Ue, Russia e Kosovo. E e ora si guarda alle presidenziali di dicembre
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October 27, 2026
Gli studenti in piazza a Belgrado / REUTERS
Gli studenti in piazza a Belgrado / REUTERS
A Belgrado il parco Pionirski, tra il Parlamento e il palazzo presidenziale, per mesi è stato occupato da un accampamento di sostenitori di Aleksandar Vucic: gli studenti l’avevano ribattezzato Ćaciland (terra dei Ćaci, storpiatura di studenti) per schernire l’errore ortografico di un murales che invitava i ragazzi che protestavano ad andare a scuola. Lunedì mattina, molti si sono ritrovati qui per togliere ogni traccia di quella presenza sgradita e nel pomeriggio per cantare, ballare e piangere di gioia. La Lista degli studenti avrà la maggioranza assoluta in Parlamento grazie al 53% dei voti contro il 38,8% della coalizione di Vucic: tradotto, 141 deputati contro 103, per le proiezioni finali di CeSid-Ipsos. Il giorno dopo il voto per Belgrado si festeggia ancora molto a colpi di clacson e facendo il gesto delle tre dita: negli anni Novanta aveva un significato nazionalista, oggi è il numero e il simbolo della lista degli studenti. La notte del voto, a vittoria annunciata, le strade della capitale serba si sono riempite di persone, per fortuna senza incidenti nonostante i tanti incappucciati avvistati nei pressi di Ćaciland.
Il movimento degli studenti è nato come reazione contro la corruzione del sistema economico serbo che si traduce in stipendi più bassi per chi lavora (e magari si vede scavalcato dal collega vicino al Partito progressista serbo di Vucic), mancanza di trasparenza per le maxi-opere, l’impressione che le violenze di una parte politica siano protette. La tragedia di Novi Sad – con i suoi 16 morti dopo il crollo di una pensilina appena ristrutturata – ha rappresentato l’innesco definitivo. Per vincere contro un leader populista e “pigliatutto” – europeista e nazionalista a seconda del pubblico, capace di dialogare con lo storico alleato russo e accogliere il leader ucraino Zelensky in Serbia – il fronte anti-Vucic ha messo insieme anime molto diverse: ci sono gli europeisti, ma anche i nazionalisti che contestano Vucic da destra, accusandolo di aver “svenduto” il Kosovo. Ci sono gli ambientalisti che hanno lottato contro il progetto di Rio Tinto per estrarre il litio in Serbia, utile alla transizione verde di Bruxelles ma osteggiato per le conseguenze ambientali. C’è chi ha omaggiato il criminale di guerra Ratko Mladic chi guarda con dolore alle atrocità commesse dai serbi negli anni Novanta.
Così anche il giornale di opposizione Danas si è interrogato su «quanto a lungo la Lista studentesca, composta da persone di diverse ideologie, riuscirà a rimanere unita», così come su «quali decisioni prenderà in relazione all’Unione Europea, alla Russia, al Kosovo? Quanto lo ostacolerà il sistema, quanto margine di manovra avrà, ad esempio, quando comuni e città saranno nelle mani dell’Sns?». Finora si è parlato di un governo di transizione che porti a nuove elezioni, mentre come possibile premier viene fatto il nome dell’ex governatore della banca nazionale serba, Dejan Soskic. Nel discorso della sconfitta, Vucic ha assicurato che «nessuno scapperà» e che farà opposizione con ogni mezzo in Parlamento. Poi ha evocato possibili sanzioni contro la Russia da parte del nuovo governo entro marzo o aprile. L’ultima accusa di Vucic è abbastanza prevedibile e fa il paio con quella di voler riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Affermazioni utili in realtà a veicolare l’immagine di una “rivoluzione colorata” agitata da fuori e contro gli interessi serbi.
«La priorità del nuovo governo dovrebbe essere la lotta alla criminalità e alla corruzione, insieme al ripristino dello Stato di diritto e di istituzioni democratiche funzionanti – spiega Strahinja Subotic, ricercatore dell'European Policy Centre (Cep-Belgrado) –. Queste riforme potrebbero favorire il riavvicinamento a Bruxelles, che potrebbe dare un segnale positivo aprendo nuovi capitoli negoziali, a partire dal Cluster 3 (competitività e crescita inclusiva, ndr)». Le attese, prosegue Subotic, «sono invece più caute sulla normalizzazione dei rapporti con Pristina e sulla politica verso la Russia. La nuova leadership potrebbe rivedere gli accordi precedenti sul Kosovo e difficilmente imporrebbe sanzioni a Mosca nell’immediato, poiché tali questioni non erano centrali nella campagna elettorale». E così l’aspettativa, conclude l’analista, è che «l’Ue privilegi inizialmente le riforme democratiche, evitando pressioni premature su politica estera e Kosovo. La società civile guarda con speranza a questa fase, pur riconoscendo che è ancora presto per prevedere progressi decisivi nel processo di adesione». Anche perché va detto che, secondo l’ultimo Eurobarometro, solo il 33% dei serbi crede nel cammino verso l’Unione Europea. In ogni caso, rimane da giocare una partita, quella delle elezioni presidenziali, attese per dicembre, che eleggeranno il successore di Vucic alla guida del Paese. E si respira in quella che fino a domenica era l’opposizione un certo ottimismo, impensabile due giorni fa.

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