Elezioni nel caos in Perù: prolungato il termine del voto. Due leader di destra in testa
Oltre 50mila cittadini non hanno potuto votare domenica per eleggere il presidente: riaperti decine di seggi a Lima. Arrivati a metà dello spoglio, il ballottaggio è una (quasi) certezza

Tra ritardi nelle procedure di voto, urne riaperte per un secondo giorno e grande frammentazione politica, l’unica certezza per il Perù è che un secondo turno d’elezione sarà inevitabile. Salvo clamorosi colpi di scena, si andrà al ballottaggio. E, molto probabilmente, senza leader di sinistra. I risultati parziali dello spoglio diffusi dalle autorità mostrano come, con ben 35 candidati in corsa e schede elettorali lunghe quasi mezzo metro, nessun aspirante presidente sia in grado di superare il 17%.
Parliamo di calcoli e proiezioni che vengono fatti mentre decine di migliaia di peruviani si stanno recando alle urne solo in queste ore, dopo una proroga straordinaria del termine del voto in alcune zone della capitale Lima. La tornata si sarebbe dovuta concludere domenica 13 aprile, mentre ora la chiusura è posticipata alle 18 di lunedì (ora locale, l'una di notte di martedì in Italia). Il motivo? Oltre 50mila cittadini, su 27 milioni di elettorali chiamati a esprimersi, non hanno potuto votare per il ritardo nell’apertura di 211 seggi a Lima. Un ritardo causato, secondo il presidente dell'Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe) Piero Corvetto, da problemi nella distribuzione del materiale elettorale.
Come riferisce l’agenzia Reuters, superata la metà dello spoglio nelle prime ore di lunedì, in testa si piazza la candidata conservatrice Keiko Fujimori, con il 17% dei consensi, seguita da un altro candidato di destra radicale, Rafael López Aliaga, che raggiunge per ora il 15%. Terzo posto per il centrista Jorge Nieto, al 13%. Tutti gli altri candidati sono sotto il 10%. In Perù, per vincere le elezioni direttamente al primo turno è richiesto il 50% dei voti, una soglia mai raggiunta nelle ultime presidenziali, in cui Fujimori è stata sconfitta al ballottaggio in tre occasioni (2011, 2016 e 2021). I peruviani dovrebbero dunque tornare al voto il 7 giugno.
Chiunque verrà eletto, sarà il decimo presidente in dieci anni. Tra procedimenti di impeachment, dimissioni forzate e incarcerazioni, nessun capo dello Stato, che in Perù guida anche il governo, è arrivato alla fine del mandato di cinque anni. A contribuire alla forte instabilità dello scenario politico sono stati anche i vari scandali legati a casi di corruzione che negli ultimi anni hanno colpito il Paese. Basti pensare che sono quattro gli ex presidenti peruviani ad essere stati condannati al carcere, tre dei quali per corruzione o riciclaggio.
Ma quale trascorso politico hanno i tre leader in testa nei risultati parziali? La 50enne Keiko Fujimori è la leader del partito di destra Forza Popolare e in campagna elettorale ha promesso un avvicinamento agli Usa di Donald Trump. Stretta all’immigrazione e impegno per politiche più securitarie gli altri pilastri della sua campagna. È figlia dell’ex dittatore, morto nel 2024, Alberto Fujimori: alla guida del Paese dal 1990 al 2000, dopo due anni dall’elezione fu autore di un “auto-golpe”, governando per decreto per i successivi otto. Fu poi condannato e incarcerato per crimini contro l’umanità. Keiko Fujimori, candidata per la quarta volta alla presidenza, era stata accusata di finanziamento illecito, ma la Corte costituzionale peruviana aveva archiviato il caso per motivi procedurali. Già nei sondaggi pre-voto era data come favorita, pur con percentuali contenute.
Rafael López Aliaga è invece il frontman del partito ultra-conservatore Rinnovamento popolare. Parliamo di un uomo d’affari di 65 anni, ex banchiere e imprenditore nel settore ferroviario, che a ottobre ha lasciato la carica di sindaco di Lima per correre alle presidenziali. Anche lui sostenitore di Trump, in campagna elettorale ha proposto di mandare i detenuti più pericolosi in prigioni nell'Amazzonia circondate da serpenti velenosi. Negli ultimi sondaggi pre-voto non sembrava potesse posizionarsi nei primissimi posti, così come nel caso di Jorge Nieto. Il 74enne, ex ministro della difesa e della cultura, è il fondatore del partito centrista del “Buon governo”. Riformista, ha promesso di impegnarsi per la modernizzazione della macchina statale e per rendere più sicuro il Paese.
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