Netanyahu non ha i numeri, l'opposizione è senza un progetto comune: in Israele torna la paralisi?

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Un primo bilancio delle elezioni fotografa un Paese spaccato, con la sorpresa della crescente minoranza araba. La divisione più dolorosa ha riguardato la lettura non condivisa che i partiti e i leader hanno dato dei fatti del 7 ottobre. Ora la palla passa al presidente Herzog: le consultazioni potrebbero durare settimane
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October 28, 2026
Netanyahu non ha i numeri, l'opposizione è senza un progetto comune: in Israele torna la paralisi?
Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot / Ansa
Gli israeliani hanno votato per scegliere un governo e si ritrovano con una maggioranza ancora tutta da costruire. La notte degli exit poll ha lasciato il posto alla contabilità dello scrutinio, ma non ha risolto l’interrogativo che attraversa Gerusalemme: chi potrà governare senza il sostegno dei partiti arabi? E soprattutto, chi sarà disposto ad accettarlo?
Secondo l’ultimo aggiornamento della Commissione elettorale, con l’85,6 per cento dei voti complessivi conteggiati, il fronte di Benjamin Netanyahu dispone virtualmente di 53 seggi, quello delle principali opposizioni guidate da Gadi Eisenkot di 48. Ra’am e Lista Comune arrivano insieme a 19 deputati, un risultato senza precedenti. La somma delle forze contrarie al premier raggiungerebbe 67 seggi, sei oltre la maggioranza assoluta della Knesset. Ma non esiste ancora un’alleanza politica capace di riunirli.
Il Likud resta il primo partito. Netanyahu non ha ottenuto la maggioranza che gli permetterebbe di governare con gli alleati tradizionali, ma neppure l’opposizione dispone di una strada libera per sostituirlo. Il problema non è soltanto contare i deputati: bisogna convincerli a votare insieme. E i numeri non sono ancora definitivi. Restano da esaminare circa 600mila schede espresse con il sistema delle «doppie buste», utilizzato soprattutto dai militari e dai riservisti, oltre che da diplomatici, ricoverati e altre categorie autorizzate. Il conteggio comincia nella serata di mercoledì. I primi risultati significativi sono attesi giovedì, mentre il quadro potrebbe consolidarsi venerdì.
L’incognita riguarda anche la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. La lista dei Riservisti di Yoaz Hendel, il Popolo d’Israele di Ofer Winter e il Pubblico Charedi di Moti Leitner restano al momento esclusi dalla ripartizione dei seggi. Il voto ancora da scrutinare potrebbe modificare gli equilibri, soprattutto se una formazione riuscisse a superare la soglia.
Le forze armate hanno comunicato un’affluenza del 79,9 per cento tra i militari, superiore di 6,2 punti rispetto alle elezioni del 2022. Oltre 890 sezioni sono state predisposte anche nelle postazioni israeliane nella Striscia di Gaza, nel Libano meridionale e in Siria. Si è votato per la Knesset anche da territori nei quali l’esercito mantiene una presenza oltre i confini internazionalmente riconosciuti di Israele.
La mobilitazione araba, intanto, diventa una questione politica nazionale. «Chiunque voglia offrire un’alternativa sostanziale e autentica al governo di Netanyahu dovrà parlare con noi», avverte Yousef Jabareen, presidente della Lista Comune. Non chiede soltanto di contribuire alla sostituzione del premier. Rivendica «un’autentica partnership ebraico-araba», contrapponendola a quelle che definisce politiche di esclusione.
La risposta del Likud è un’accusa pesantissima. Il partito di Netanyahu sostiene che le elezioni siano state «rubate» dalle formazioni arabe attraverso compravendita di voti, minacce, violenze e falsificazioni. Afferma di avere trasmesso centinaia di testimonianze alla polizia, allo Shin Bet e alla Commissione elettorale, sollecitando indagini. Le contestazioni non costituiscono brogli accertati. L’autorità elettorale aveva già dichiarato di non avere individuato prove di manipolazioni sistematiche delle schede.
Durante la giornata elettorale, le organizzazioni per i diritti civili avevano denunciato, al contrario, ostacoli e rallentamenti nei seggi delle comunità arabe. Nel Negev beduino e in diversi centri della Galilea erano state segnalate difficoltà nelle procedure di voto. Accuse differenti, che richiedono verifiche distinte.
È la stessa contraddizione che attraversa Gerusalemme, sede del Parlamento israeliano e città nella quale soltanto il 39,2 per cento dei residenti dispone del diritto di eleggerlo. Sul dato pesano i minorenni, ma anche la condizione di gran parte dei palestinesi di Gerusalemme Est, residenti permanenti senza cittadinanza israeliana. Possono votare alle municipali, non alle legislative.
Dopo il 7 ottobre 2023, il confronto politico non ha prodotto una lettura comune delle responsabilità. Nella giornata elettorale perfino i familiari delle vittime di Hamas sono diventati bersagli dello scontro interno. Rafi Ben Shitrit, già sindaco di Beit She’an ed ex Likud, padre del soldato Elroi caduto a Nahal Oz, ha raccontato di essere stato insultato come «traditore» mentre andava a votare. La guerra ha unito il Paese nella paura, non necessariamente nel giudizio su chi lo ha governato.
L’affluenza complessiva ha raggiunto il 77,7 per cento, il livello più alto dal 1999. Una partecipazione eccezionale che non ha ancora consegnato una soluzione politica. Il presidente Isaac Herzog dovrà individuare chi dispone delle condizioni per tentare di formare il prossimo governo. Le consultazioni potrebbero richiedere settimane. Nel frattempo Netanyahu continuerà a guidare l’esecutivo uscente.
Nel 2022 il premier conquistò una maggioranza di 64 deputati anche grazie all’esclusione dalla Knesset di formazioni rimaste sotto la soglia elettorale. Quattro anni dopo, la stessa aritmetica proporzionale presenta un risultato diverso: i partiti arabi possono diventare decisivi, ma il loro peso parlamentare non garantisce una maggioranza pronta a governare.
Le urne si sono chiuse. La domanda che resta aperta non riguarda soltanto chi abbia ottenuto più voti. Ma se Israele saprà trasformare il risultato in un governo, senza ripetere la lunga stagione di paralisi politica che, fra il 2019 e il 2022, portò il Paese a votare cinque volte.

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