«Dopo 5 anni sono tornato al mio villaggio nel Myanmar. E ho trovato solo lutto e devastazione»
di Angela Napoletano, inviata a Ban Mai Nai Soi (dove ha raccolto questo testo)
La testimonianza di padre Dominic Nyareh, prete della diocesi birmana di Loikaw in servizio al campo di Ban Mai Nai Soi

Dopo cinque anni, sono tornato nella "mia" Loikaw, oltre il confine, due settimane fa. La città, che è la capitale dello Stato di Karenni, era quasi deserta. In giro ho visto solo adulti e anziani perché i giovani sono andati a combattere o sono scappati. Guardandomi attorno ho notato tante case abbandonate. I militari erano passati di lì, si vedeva, e le hanno vandalizzate. Hanno sventrato le pareti per strappare i fili dell’elettricità e renderle inabitabili. Hanno fatto buchi nei muri sotto le finestre per aprirsi feritoie da utilizzare come check-point. Hanno lasciato mine antiuomo nei compound dei villaggi per ricordare a chi fosse eventualmente tornato a casa che l’inferno non era ancora finito. I miei genitori sono morti prima di questa guerra. Ho però una sorella che è madre di cinque figli e a cui è stata bruciata l’abitazione. Sì, lanciano bombe sui centri abitati e danno fuoco alle case pur sapendo che al loro interno c’è qualcuno che non può fuggire perché malato. Anche la nostra canonica è stata bombardata. Perché tutta questa violenza? Sono andato a Messa nella mia parrocchia e ho incontrato una donna che conoscevo da tempo. Le ho chiesto: «Come stai?» e lei è scoppiata a piangere. Tra le lacrime mi ha raccontato che non aveva perso solo la casa ma anche il figlio. Sono un prete, cattolico, e avrei dovuto riuscire a trovare le parole giuste per consolarla. Ma in quel momento, di fronte a così tanto dolore, neppure «pregherò per te» o «Dio ti benedica» mi sono sembrate abbastanza. Temo che il conflitto andrà avanti ancora a lungo. Il cambiamento in corso è solo apparente: il governo presidenziale è fatto dalle stesse persone che hanno portato al golpe del 2021. La gente, in Myanmar, è certamente stanca della guerra ma non tutti hanno la forza di ammetterlo. È una questione di sopravvivenza. Anche i militari, in fondo, hanno una famiglia da proteggere. L’alternativa alle armi, per molti, neppure c’è: il lavoro manca. La speranza, però, non può morire. È per questo che vorrei aiutare i bambini a studiare: solo l’istruzione può aiutarli ad aprire gli occhi e il cuore e a costruirne un mondo migliore di quello in cui oggi vivono. Mi piace pensare che anche i piccoli che vivono nei campi profughi come quello di Ban Mai Nai Soi e Ban Mai Surine abbiano matite, penne, libri e quaderni nuovi. Che possano indossare uniformi fresche e pulite come i coetanei di tanti alti Paesi più fortunati. Sono un missionario e non smetterò mai di stare accanto alla mia gente. È nella cura reciproca che questa comunità provata dall’orrore della guerra trova la forza di andare avanti. Sarà un viaggio lungo e faticoso ma, ne sono certo, ci porterà alla pace, alla serenità, al pieno riconoscimento dei diritti umani.
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. E' possibile contribuire attraverso questo link.
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