«Troppo amianto negli impianti, l'ex Ilva chiuda entro 90 giorni»

La sezione impresa della Corte d'appello di Milano ha stabilito che l'area a caldo dello stabilimento di Taranto deve essere chiusa, a causa della presenza di amianto e delle emissioni di polveri sottili superiori a limiti di legge
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July 27, 2026
«Troppo amianto negli impianti, l'ex Ilva chiuda entro 90 giorni»
Taranto, lo stabilimento ArceloMittal Ex Ilva, l'impianto siderugìrgico più grande d'Europa.
Stop all'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto entro 90 giorni. Lo ha stabilito la Sezione specializzata in materia di Impresa della Corte d'appello di Milano, accogliendo il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in Amministrazione straordinaria e Acciaierie d'Italia in As. I giudici hanno disposto la sospensione delle attività siderurgiche a caldo, condizionando la ripartenza alla completa bonifica dell'asbesto e alla riduzione delle emissioni sottili. Il verdetto ribalta la decisione del Tribunale, rilevando la persistenza del pericolo per la salute pubblica legato al "progressivo ammaloramento dello stabilimento". 
Nel decreto a firma della giudice Marianna Galioto è stabilito come la sospensione dovrà durare fino a quando non verrà "rimosso integralmente l'amianto ancora presente negli impianti" e non saranno adottate "le misure necessarie per ricondurre l'emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all'anno". La Corte ha quindi accolto la richiesta di inibitoria presentato da un comitato di genitori tarantini, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano.
Ecco cosa dice la Corte d'Appello: "Va riscontrato che le prescrizioni delle Aia che si sono susseguite nel tempo dal 2011, non hanno preso in considerazione tutte le sostanze inquinanti provenienti dagli impianti, come bene ha messo in evidenza il Tribunale, neppure quelle del 'set integrativo' individuato a seguito della richiesta di riesame dell'Aia presentata nel 2019 dal sindaco di Taranto, 'set integrativo' nell'ambito del quale erano annoverati anche PM10 e PM2,5".
Riferendosi alla sentenza di giugno 2024 della Corte di Giustizia Europea, la Corte d'Appello scrive che "la sentenza CGUE ha prescritto, come già evidenziato, che ai fini del rilascio dell'Aia deve tenersi conto di tutte le possibili emanazioni inquinanti provenienti dagli impianti. Dall'Aia 2011 in avanti, i provvedimenti autorizzativi, invece, non hanno previsto alcuna prescrizione per dette esalazioni nocive. Si verte pertanto in un'ipotesi di reiterate proroghe vietata dalla sentenza CGUE, dato che l'attività industriale insalubre si è protratta, e potrà continuare indefinitamente, anche in forza dell'Aia 2025, in un contesto di perenne monitoraggio senza l'adozione di valori limite adeguati, a fronte del grave pericolo rappresentato dal protrarsi dell'eccesso di mortalità e spedalizzazione, come rivelati dalle statistiche tempo per tempo raccolte".
Per la Corte di Milano, "le prescrizioni dell'Aia 2025 si limitano, infatti, ancora a prevedere attività di monitoraggio di PM10 e PM2,5, sicché il gestore, va ribadito, può proseguire nell'attività a caldo in concomitanza con detti effluvi e indefinitamente nel tempo (o almeno fino alla scadenza dell'Aia 2025 prevista per il 2037)". 
La situazione dell'ex Ilva è stata inserita all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di questo pomeriggio.

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