Tra i ghiacci dell'Antartide ad ascoltare il futuro del mondo

Gli estremi della Terra diventano laboratori a cielo aperto. HX Expeditions ospita ricercatori a bordo delle proprie navi, trasformando le spedizioni polari in piattaforme di ricerca e divulgazione. Una collaborazione che aiuta la scienza e coinvolge i passeggeri
April 4, 2026
Tra i ghiacci dell'Antartide ad ascoltare il futuro del mondo
Spedizione tra le acque e i ghiacci dell'Antartide /Timo Heinz per HX Expeditions
Nell’estremo sud dell’Argentina c’è una città con una singolare caratteristica: quasi tutti, tralasciando i locali, ne pronunciano il nome in maniera errata. Ushuaia, universalmente nota come la città più a sud del mondo, è la capitale della provincia argentina di “Terra del Fuoco, Antartide e Isole dell’Atlantico del Sud”, e nel suo nome la “h” è muta. “Ushuaia” deriva dallo yámana (o yagán), una lingua indigena della Terra del Fuoco. Quando il termine fu trascritto in spagnolo si mantenne la “h” grafica per ragioni etimologiche e ortografiche, ma senza valore fonetico. In spagnolo moderno, infatti, la “h” non si pronuncia quasi mai, salvo in alcuni specifici casi (per esempio nei digrammi come ch, che però è un suono completamente diverso). E dunque hola si pronuncia “ola”, hombre si pronuncia “ombre” e ahora, invece, “aora”. Allo stesso modo, Ushuaia si scrive con la “h”, ma si pronuncia  [uˈswaja], approssimabile in italiano a “Usuaia”. Ed è proprio da questa fredda città alle porte del mondo, che conta circa 81.000 abitanti, che è partita – a bordo della nave MS Fridtjof Nansen – una delle ultime spedizioni per l’Antartide della compagnia HX Expeditions. L’itinerario della crociera sarebbe stato teoricamente semplice: da Ushuaia tirare dritto per due giorni attraversando il canale di Drake fino ad arrivare alla penisola antartica, poi esplorare l’area per cinque giorni circa e infine tornare indietro.
Una veduta di Ushuaia, la città più a Sud del mondo, nella Patagonia argentina
Una veduta di Ushuaia, la città più a Sud del mondo, nella Patagonia argentina
In tutto ciò, chiaramente, di semplice c’è in realtà ben poco. Il canale di Drake, il tratto di mare che separa l’America meridionale dalla penisola antartica e le sue isole, è largo 645 km ed è situato a una latitudine completamente priva di terre emerse. Il risultato? La Corrente Circumpolare Antartica attraversa il passaggio senza essere mai interrotta, rendendolo uno dei tratti di mare più burrascosi dell’intero pianeta. Non è raro, cimentandosi nell’attraversamento del canale, ritrovarsi ad affrontare onde di quasi – e talvolta oltre – 15 metri di altezza. Temporali e tempeste sono quasi all’ordine del giorno e i venti possono superare i 130 km/h.  Eppure, alla fine di questo inferno liquido, si apre un portale per un mondo nuovo. Un mondo molto diverso da quello a cui siamo abituati; un mondo quasi inesplorato, in cui la natura regna ancora sovrana, lontana dall’essere umano. «L’Antartide è un continente isolato ricoperto da una spessa calotta glaciale», spiega Maurizio Azzaro, responsabile della sezione di Messina dell’Istituto di Scienze Polari del CNR. «Non ha popolazione nativa ed è regolata dal Trattato Antartico, che la destina esclusivamente alla ricerca scientifica pacifica». Un luogo remoto che si distingue anche per un suono peculiare: un crepitio continuo, prodotto dal ghiaccio antico. Il fenomeno è fisico: la neve, accumulandosi per millenni, intrappola minuscole bolle d’aria che, compresse dagli strati superiori, restano sigillate nel ghiaccio. Quando questo si rompe o si scioglie, l’aria si libera all’improvviso generando piccoli schiocchi. Un simile fenomeno avviene anche in Artico, ma solo dove il ghiaccio è di origine glaciale, come in Groenlandia; intorno al Polo Nord, invece, prevale infatti il ghiaccio marino.
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«Ed ecco che emerge la differenza strutturale tra Artide e Antartide», prosegue Azzaro. «La prima è un oceano ghiacciato circondato da terre emerse; la seconda è terraferma circondata da oceani». Una distinzione da cui derivano profonde differenze ecologiche. L’Antartide, quasi interamente coperta da calotte glaciali e isolata geograficamente da milioni di anni, ospita pochissime specie terrestri ed è un ecosistema prevalentemente marino. L’Artide, collegata a Nord America ed Eurasia, presenta invece tundre, mammiferi terrestri e comunità indigene. Le calotte antartiche mantengono inoltre il continente interno estremamente freddo, mentre oggi l’Artide si riscalda molto più rapidamente della media globale: è il fenomeno noto come amplificazione artica. Studiare queste regioni è quindi sempre più urgente.  È qui che diventa fondamentale il ruolo di realtà come HX Expeditions, che accolgono ricercatori a bordo delle proprie navi permettendo loro di raggiungere zone altrimenti difficilmente accessibili sia dal punto di vista geografico che economico. «Le spedizioni polari – spiega ancora Azzaro – hanno costi esorbitanti, quindi questo tipo di collaborazioni possono allargare molto le possibilità di fare ricerca». «E tutto questo solo in cambio di rendere i nostri ospiti partecipi delle attività degli scienziati, coinvolgendoli in programmi di citizen science e presentando loro lezioni a bordo», afferma Gebhard Rainer, amministratore delegato di HX Expeditions. Una visione che non è accessoria rispetto all’esperienza di viaggio, ma che ne costituisce l’ossatura stessa. «HX si basa su tre pilastri fondamentali: sostenibilità, scienza e istruzione», continua Rainer. «Per questo motivo per noi è molto importante ospitare ricercatori». Il risultato è un viaggio nel viaggio: mentre si esplorano alcune delle aree più remote del pianeta, si intraprende parallelamente un percorso dentro la scienza. La ricerca fornisce il quadro fattuale, le basi oggettive per comprendere ciò che si osserva; l’educazione, invece, permette agli ospiti di “toccare” quella conoscenza, di trasformarla in esperienza diretta, consapevolezza e responsabilità.
Ma per far sì che ciò accada è anche cruciale la collaborazione tra i ricercatori e il team scientifico di bordo. «Il nostro ruolo è tradurre e rendere accessibile la scienza facendo da ponte tra ricercatori e chi non è del settore», spiega Tim Lardinois, coordinatore scientifico e didattico di XH Expeditions. «È importante evitare che i ricercatori si addentrino eccessivamente nei dettagli del loro lavoro», continua Lardinois. «Il rischio è che le spiegazioni diventino troppo complesse per i passeggeri, che potrebbero così perdere interesse».  Tradurre la scienza, però, non è un’operazione semplice. La ricerca è vasta, stratificata, attraversa discipline diverse e utilizza linguaggi altamente specialistici. Per questo HX si affida a un team scientifico ampio e multidisciplinare, che comprende esperti in vari settori – dalla biologia marina alla climatologia, dalla geologia all’ornitologia – in grado di interpretare e contestualizzare il lavoro dei ricercatori. Il risultato della collaborazione tra scienziati e staff scientifico di bordo non è soltanto una spiegazione più chiara, ma la costruzione di un sapere condiviso. La conoscenza prende forma nell’incontro tra rigore scientifico e capacità di mediazione, e questa conoscenza è tutt’altro che marginale. Infatti, si riflette anche nel contesto della sostenibilità. «Credo che una parte del diventare sostenibili consista nell’avere rispetto per i luoghi che si visitano», afferma Lardinois. «E questo nasce dall’esperienza personale e dalla conoscenza, ed è proprio questa conoscenza che ci proponiamo di trasmettere ai passeggeri». Perché è vero che, come sottolinea Azzaro, «chi viaggia verso i poli a bordo di queste navi appartiene in genere a un segmento di élite». Ma ogni cambiamento deve pur partire da qualcuno. E perché non da chi ha il privilegio di visitare, osservare e comprendere la fragilità di queste regioni da vicino?

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