Sul “Buen camino” verso Compostela la conversione attende tutti
Un vescovo-pellegrino si cofronta con il film di Checco Zalone su un imprevedibile Cammino di Santiago, che nel primo mese di programmazione nelle sale ha stracciato ogni record di spettatori e di incassi. Con un messaggio che non può sfuggire

Un mese dopo la sua uscita nelle sale, Buen camino è campione di incassi, con oltre 8 milioni e mezzo di spettatori. E non è ancora finita.
Il fenomeno esula dall’ambito strettamente cinematografico. Lo si intuisce a partire da un dato: negli ultimi dieci anni (nonostante i due di Covid) oltre 250.000 italiani hanno ottenuto la Compostela, cioè si sono recati a Santiago percorrendo più di 100 km a piedi o 200 in bici lungo uno dei tanti cammini d’Europa e di Spagna. Molti di loro, durante o dopo, ne avranno parlato a familiari, amici, bloggers, followers... Insomma, il successo di Buen camino, oltre che alla fama e alla bravura di Checco Zalone, si può legittimamente attribuire anche alla presenza di un humus culturale di tutto rispetto. Forse i connazionali che hanno qualche esperienza – diretta o indiretta – del Camino non sono stati meno di quelli che hanno affollato le sale cinematografiche.
È pertanto lecito domandarsi se il film abbia interpretato in modo corretto il pellegrinaggio a Compostella, non solo utilizzandolo come scenario di sfondo ma inserendovi la vicenda dei protagonisti in modo coerente e credibile. In altre parole: quello che accade a Checco, Cristal e agli altri personaggi di Buen Camino, al di là dei paradossi necessari alla comicità del tutto, è plausibile o no?
Per rispondere bisogna riferirsi alla moderna “letteratura odeporica”, cioè ai numerosissimi racconti di viaggio che i pellegrini contemporanei pubblicano in forma cartacea o elettronica, e che non raccontano tanto quello che si vede lungo il percorso o succede nei luoghi attraversati – come si faceva nell’antichità o nel Medioevo – bensì tendono a documentare il “percorso interiore” di ciascuno. Ebbene, una delle frasi ricorrenti con cui si sintetizza la portata dell’esperienza vissuta suona più o meno così: “Ho fatto il Camino de Santiago e mi ha cambiato la vita”. La categoria del cambiamento – o “conversione” – può essere assunta come cifra dell’odierno pellegrinaggio sul “Cammino” per antonomasia, ma anche lungo le numerose vie di pellegrinaggio riaperte o tracciate sulla scorta del sorprendente successo di quello. La Oficina del Peregrino fino al 1985 registrava meno di mille arrivi all’anno; nel 2025 si sono raggiunte le 530.000 Compostelas (ma si stima che siano oltre 600.000 i pellegrini arrivati).
Ora, nel Nuovo Testamento due sono le dimensioni della conversione: una collegata al verbo metanoèin (cambiare modo di pensare), l’altra a strèphein (cambiare modo di agire). Di solito cambia prima il modo di pensare e di conseguenza si modifica il comportamento, con «frutti degni di conversione» (Mt 3,8).
Sul Camino de Santiago le cose funzionano all’opposto: le azioni di ogni giorno, progressivamente, inducono il cambiamento di mentalità. Gli ambiti in cui questa dinamica si concretizza sono diversi: dalla fatica al silenzio, dalla sobrietà all’amicizia, dal ritualismo alla preghiera... La modalità è molto simile: si inizia a fare qualcosa, magari con fatica o controvoglia, e a poco a poco se ne scoprono senso e bellezza. Si intuiscono quindi modalità alternative di vivere rispetto alle quali si può giungere a fare scelte decisive. Il Cammino restituisce all’esistenza quotidiana persone diverse, con scale di valori modificate.
Le modalità in cui la “conversione” si manifesta sono le più varie: c’è chi inizia o ricomincia a credere, chi cambia lavoro, chi riprende gli studi, chi decide di sposarsi, chi supera un lutto... e chi semplicemente decide di vivere in modo più semplice e meno artefatto.
Buen camino, al netto delle evidenti – e divertenti – forzature dei personaggi principali, rispetta piuttosto fedelmente tali dinamiche: (quasi) tutte le persone che camminano verso Santiago si portano dentro un qualche disagio, che costituisce la motivazione, più o meno consapevole, dell’esperienza che hanno deciso di fare. Solo Checco non dà mostra di particolari insoddisfazioni, anche se la vita che conduce è – come si rivelerà – palesemente condotta su registri di superficialità e inconsistenza. Poi, lungo la strada, succedono delle cose: incontri, scomodità, incidenti, malattie, imprevisti, sorprese... Fino a che ci si ritrova diversi, cambiati: ciò che prima appariva indispensabile e decisivo non lo è più, mentre emergono valori e prospettive ispirate a una maggiore autenticità.
Il film ha un finale “aperto”, perché manca del tutto il ritorno: non è dato di sapere come il cambiamento si tradurrà in decisioni concrete per Checco, Cristal e gli altri. Tuttavia una qualche conversione c’è stata – originata proprio dal Cammino –, destinata a perfezionarsi ulteriormente.
Al di là delle immancabili boutades e del tono brillante, Buen camino si presenta quindi come una corretta chiave di lettura per un fenomeno spirituale di grande rilievo, alla pari con The Way, girato 15 anni fa con Martin Sheen. Pertanto, come è accaduto in altre occasioni (il libro di Paulo Coelho per i brasiliani, il libro di Hans-Peter Kerkeling per i tedeschi...), è prevedibile che il numero di 26.680 italiani pellegrini nel 2025 a Santiago sia destinato a conoscere un significativo incremento.
Buen camino, dunque, a tutti.
Monsignor Paolo Giulietti è arcivescovo di Lucca e assistente della Confraternita di San Iacopo di Compostella
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