Qualità, rigore e relazione per salvare il giornalismo

In Italia cala ancora l'interesse e la fiducia nell'informazione, ma non tutto è perduto: il Digital News Report Italia 2026 rivela che la crisi di attenzione è diventata crisi di relazione
Google preferred source
June 16, 2026
Qualità, rigore e relazione per salvare il giornalismo
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il direttore dell'Ansa Luigi Contu durante una visita in occasione degli 80 anni dell'Agenzia nel luglio scorso / Ansa
C'è vita, su Marte. E non è scontato, perché in questo caso il pianeta in questione è quello inospitale dell'informazione. Le notizie interessano sempre meno (ormai siamo al 34% degli italiani, contro il 74% del 2016) e anzi fanno "scappare" ormai il 36% delle persone, ma se guardiamo sotto la superficie di trend ormai consolidati ecco che qualche segnale di vita c'è. E prende forma in quella che il Digital News report Italia pubblicato oggi definisce "crisi della relazione": si tratta, in fondo, della naturale evoluzione della "crisi dell'attenzione" di cui i social sono stati un po' causa e un po' effetto, e con cui ormai abbiamo imparato a convivere. Cercando, ritagliandoci il meglio.
È come se la parte più "lucida" del pubblico, spesso quella più giovane perché nativa digitale, avesse ormai imparato a distinguere i luoghi dai contenuti. Per questa parte di utenti «le piattaforme social, i motori di ricerca, gli aggregatori, i creator e i chatbot di IA non sono semplici canali di distribuzione, ma ambienti che orientano tempi, forme e modalità di accesso alle notizie», spiega Alessio Cornia, docente all'Università di Dublino e coordinatore della ricerca curata dal Master in Giornalismo dell'Università di Torino: all'interno di questo ambiente, poi, ciò che si cerca è «affidabilità, verifica, imparzialità e competenza, ma anche chiarezza, accessibilità e capacità di spiegare». Qui si apre la sfida per giornalisti, editori, influencer, creator: chi ha qualcosa da dire, ma anche qualcosa da "dare" al pubblico, costruendo una vera e propria relazione fatta non solo di racconto ma anche di ascolto, scambio, incontro.
Va da sé che ognuno se la gioca come sa, e come vuole. Ma la ricerca offre qualche indizio che merita di essere sviluppato: il 55% del pubblico preferisce testate imparziali, il 15% cerca notizie da fonti che mettano in discussione il suo punto di vista, solo il 12% dice di preferire fonti affini. Segnali potenzialmente significativi di saturazione da brusìo, effetti speciali, messaggi urlati. Tra le buone notizie, che restano pur sempre una minoranza dentro a una fotografia fatta più da ombre che da luci, svetta il risveglio di interesse dei più giovani (18-24 anni) per l’informazione e persino per la politica: il 28% di loro si dichiara “molto o estremamente interessato”, contro una media complessiva del 16%. E per chi ha a cuore la sostenibilità, il bicchiere è in gran parte vuoto (solo l'8% degli italiani è disposto a pagare per informarsi, la metà del 2016), ma se si analizza quel poco che rimane qui dentro cresce  il numero di coloro che non disdicono il proprio abbonamento digitale (dal 31% del 2025 al 43% di quest’anno). E gli under 35 confermano una maggiore propensione a pagare un abbonamento, anche per opzioni meno “tradizionali”, come creator o testate native digitali. Infine, il 38% degli italiani indica una motivazione ideale, oltre a una qualche utilità, come fattore decisivo.
Considerando tutte le fonti utilizzate nella settimana precedente, l’online consolida il vantaggio sulla TV: le  fonti digitali salgono al 69%, mentre la televisione scende al 62%. Come fonte principale, però, la TV resta al primo posto (48% contro 45% dell’online): solo Italia e Francia mantengono questa prevalenza tra i paesi benchmark. I social media salgono al 45% nell’uso settimanale (+6 punti) e raggiungono il 22% come fonte principale, dopo tre anni fermi al 17%. Dunque la TV resiste, ma YouTube entra nel salotto: il dispositivo Smart TV usato dal 46% degli italiani per informarsi, e quasi la metà dei suoi utenti vi accede prevalentemente tramite YouTube o altre app video — non attraverso i canali televisivi tradizionali. Il televisore diventa così schermo per contenuti approfonditi e spiegazioni video di formato medio-lungo. All’opposto, i video brevi sui social — dominanti su Instagram, TikTok e Facebook — sul fronte dell’informazione segnano il passo: consumati, ma non percepiti come strumento informativo di primo piano.
E qui si apre il capitolo influencer e creator, da cui si cerca chiarezza oltre che effetti speciali: il 36% degli italiani ha fruito di notizie da creatori di contenuti o singoli giornalisti nell’ultima settimana, con  punte del 66% tra i 18-24enni e del 53% tra i 25-34enni. I dati mostrano che il pubblico fatica talvolta a distinguere tra giornalismo ed entertainment, ma esprime un bisogno preciso: spiegazioni chiare, coinvolgenti, capaci di contestualizzare. La brevità non è un valore assoluto: pesano di più la qualità e la capacità di dare senso ai fatti. I creator non sostituiscono il giornalismo professionale — solo il 5% di chi li segue dichiara di non sentire il bisogno di altre fonti — ma indicano aspettative che le testate farebbero bene ad ascoltare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire