«Quale collega licenzieresti?». Così Squid Game è entrato nelle politiche di un'azienda

A Castelfranco Veneto un questionario distribuito ai dipendenti della Bluergo ha posto una domanda-choc per «testare il clima» che c'è tra i lavoratori. È il segnale che va affermandosi una logica che corrode fiducia e collaborazione tra le persone. Si divide anziché unire, come se si fosse in una trama di Netflix e non nella vita reale
January 22, 2026
«Quale collega licenzieresti?». Così Squid Game è entrato nelle politiche di un'azienda
Una scena tratta da "Squid Game"
Che poi dovremmo forse smetterla di dividerci sempre e comunque, i buoni di qua e i cattivi di là, giovani e meno giovani, genitori e non, part-time e lavoratori a tempo pieno. E in un mondo che già si divide, si frammenta, si butta via tra alleanze spezzate e nuove barriere, pensare che proprio partendo da noi qualcosa invece può cambiare. «Chi lasceresti a casa?», hanno chiesto con un questionario distribuito tra i dipendenti i dirigenti della Bluergo di Castelfranco Veneto. E no, non è il Grande fratello, non è l’Isola dei famosi, è una logica da “Squid Game”, trama intrigante forse su Netflix, canovaccio (il)logico e doloroso se applicato alla vita reale. «Testare il clima aziendale» per «scongiurare i licenziamenti», la giustificazione di una dinamica che trasforma i lavoratori in giudici dei colleghi, in una dialettica che corrode fiducia e collaborazione, invece di costruirle.
Lo sappiamo tutti: trascorriamo più ore della nostra giornata al lavoro che in famiglia. L’ufficio, il negozio, la fabbrica sono così spazio di condivisione e interazione, in un imprevedibile groviglio di relazioni che influisce sia sul nostro benessere che sulla nostra produttività. Dovremmo sentirci sicuri, riconosciuti, parte di una comunità, non al centro di un’arena di selezione in cui il meccanismo del branco sostituisce ragione e competenza. Dinamiche di esclusione e bullismo, già fin troppo presenti nelle aziende, rischiano in casi estremi di essere legittimate da una cultura della paura che è il contrario del confronto costruttivo.
Dividere i colleghi in base a età, carichi familiari o tempo di permanenza in azienda non ha peraltro alcuna relazione con il contributo reale che ciascuno porta all’impresa. Il talento non è sempre visibile, e spesso chi non appartiene al gruppo giusto o è semplicemente meno popolare è proprio il lavoratore che sa produrre risultati preziosi, perché capace di pensare diversamente, di innovare, di sfidare lo status quo senza lasciarsi intimidire. Confondere rapporti personali con valore professionale, mettere i dipendenti in una competizione a esclusione significa impoverire l’azienda, banalizzare la dignità del lavoro e tradire il senso stesso della comunità lavorativa.
Il rischio più grande di vicende come quella di Castelfranco Veneto è normalizzare il sospetto e il giudizio tra colleghi, fino a farlo sembrare uno strumento legittimo. «È un tentativo di disgregare il tessuto sociale di un’azienda», hanno non a caso evidenziato i sindacati. Serve ricordare che il lavoro è collettività, che ogni dipendente è un contributo unico. E che le aziende che ignorano questa verità giocano con la propria coesione. La fiducia, in un contesto lavorativo, è un capitale prezioso. Una volta erosa, non solo diminuisce il benessere dei singoli, ma si indebolisce l’intera organizzazione. L’azienda che pensa di poter gestire crisi di mercato o cali di produttività con strumenti che alimentano sospetti e rivalità, rischia di produrre l’effetto contrario: disimpegno, ansia e calo dei risultati. Al contrario, incentivare dialogo aperto e trasparenza sulle scelte strategiche e riconoscere il valore individuale è l’unico modo per rafforzare un clima collaborativo e produttivo. “Squid game” può intrattenere in tv, ma il lavoro è tutto fuorché un gioco.

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