Perché tutti gli adulti dovrebbero guardare il finale di Stranger Things

L’ultima puntata della serie Netflix racchiude un universo di significati e ha molto da insegnare a noi genitori e a chiunque svolga un mestiere educativo.
January 6, 2026
La locandina di Stranger things 5, il capitolo finale della serie cult
La locandina di Stranger things 5, il capitolo finale della serie cult
Il finale di Stranger Things è un universo di significati. Uno dei temi centrali è il diventare grandi, per questo l’ultima puntata della serie ha molto da insegnare a noi genitori e a chiunque svolga un mestiere educativo. Una scena chiave è quella in cui si scopre che anche Henry, il terribile Vecna, l’antagonista per eccellenza, è stato in passato un bambino ferito, terrorizzato, e proprio dentro la sua paura il male ha fatto breccia. Chi educa non deve mai dimenticare che non esistono persone cattive fin dal principio. Se pensiamo che qualcuno sia marcio fin dall’origine, ogni cammino educativo sarà impossibile. Se invece proviamo a rivolgerci alla sua parte luminosa, si può aprire una chance. Stranger Things ci ricorda però che comprendere non significa giustificare ogni azione: si può trasformare la propria ferita in un dono (come fa Undici) o si può anche essere incapaci di sottrarsi al male. Will, uno dei protagonisti indiscussi, si rivolge a Henry, lo invita a lasciarsi alle spalle Vecna, il mostro che è diventato, lo comprende, gli chiede di unirsi a lui e ai suoi amici, di fare la cosa giusta. Henry però sceglie di restare Vecna e da Vecna morirà: un finale non certo consolante, ma che è una utile provocazione alla responsabilità di ciascuno. 
Un secondo strepitoso episodio è il dialogo finale tra Undici, la ragazza i cui poteri speciali hanno segnato tutta la serie, e Hopper, lo sceriffo, che dopo aver perso la sua unica figlia per un male incurabile di Undici è diventato il padre adottivo. In quanto padre, Hopper vorrebbe proteggere Undici da tutto: la allena, ma cerca poi sempre di sottrarla ai pericoli. Ora Undici è di fronte alla scelta finale: salvarsi, rischiando però che i suoi poteri vengano usati per fini distruttivi, o morire, restando nel Sottosopra nel momento in cui sarà distrutto. La scelta di morire è un dono radicale, una forma di dedizione totale: il sacrificio di sé per salvare tutti, per eliminare per sempre la tremenda minaccia che Undici, suo malgrado, rappresenta. Di fronte al dilemma, Hopper fa di tutto per strappare a Undici la promessa di salvarsi. Le ricorda il suo passato con parole strazianti, le prospetta un futuro possibile; cerca, con il suo affetto immenso, di vincolare la libertà della ragazza. Undici però, giustamente, si sottrae. Le sue parole sono tra le più belle della serie: «Ero una bambina, tu mi hai trovata nel bosco. Avevo tanta paura. Tu mi hai accolta, mi hai cresciuta, mi hai dato protezione; sei diventato mio padre. Ma non sono più una bambina. E ho bisogno che tu abbia fiducia nella scelta che farò. Ho bisogno che tu abbia fiducia in me.» 
Hopper fa allora il gesto di amore più radicale: non trattiene Undici, si fida di lei, la lascia andare. Amare non è trattenere, neppure se l’amore è profondissimo: amare è lasciare andare, accettare la libertà dell’altro, anche se non coincide col nostro desiderio. Perché un genitore è ciò che Undici dice mirabilmente: qualcuno che ti protegge, che ti trova quando sei perduto, che ti accoglie al di là dei legami di sangue. Ma è anche qualcuno che accetta che i suoi figli non sono suoi, che appartengono a sé stessi e al mondo e quindi, esaurito il suo compito, accetta che scelgano la loro strada e si fa da parte. È questo il compimento dell’amore: fare spazio, lasciare che l’altro sia ciò che è. Undici sceglierà di sacrificarsi. Il mondo si salverà, i suoi amici diventeranno grandi, le loro strade si separeranno. Undici non sarà mai più con loro. Ma il finale riserva una sorpresa. 
La serie si conclude come è iniziata: nella taverna di Mike Wheeler, con una partita di Dungeons & Dragons, con Mike nel ruolo di Dungeon Master. Da buon narratore, Mike prefigura il futuro di tutti i suoi amici e anche il suo: scriverà storie, perché le storie generano vita. Poi parla anche del destino di Undici, aprendo a una possibilità da brivido: forse Undici si è salvata, forse ha trovato anche lei il suo posto nel mondo. Ci sono indizi che possa essere andata così, ma nessuna certezza. E allora? Allora ognuno può decidere cosa credere, nella sua libertà. Mike decide di crederci e così, a turno, fanno gli altri: «Io ci credo». È un atto di fede in un futuro possibile oltre ogni perdita, oltre ogni scacco, oltre ogni ostacolo apparentemente insormontabile. È quell’atto di fede nel domani che deve impregnare lo sguardo di ogni genitore, di ogni educatore. Mike e i suoi amici escono di scena, lasciano la taverna. La vita non si ferma, non si torna indietro. Ma già la taverna si riempie di nuove voci: quelle di Holly, sorellina di Mike, e dei suoi compagni, che iniziano una nuova partita di D&D. Mike li osserva; gli scappa un mezzo sorriso, poi chiude la porta sulla sua infanzia. Noi spettatori non lo vediamo, ma io credo che quel sorriso gli resti per un po’ sul viso e per sempre nell’anima. Non si può restare bambini per tutta la vita, ma nella vita adulta possiamo portare la parte bambina di noi stessi: quella parte capace di guardare al mondo sempre con occhi nuovi, carichi di stupore e di fede nell’impossibile. Quella parte capace di credere un Undici e nella sua forza.  
Marco Erba è insegnante e scrittore

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