Perché i penultimi di oggi rischiano di essere gli ultimi di domani

L'Italia non sta facendo abbastanza per contrastare lo sviluppo diseguale raccontato dalle storie di tante persone: sono i senzatetto, i migranti e i lavoratori della gig economy. Ma per molte altre famiglie la soglia della povertà è vicina e farsi carico anche della loro situazione per la politica è un dovere
February 25, 2026
Quando parliamo dei diritti degli ultimi si corre sempre il rischio di usare un’espressione astratta. Ma gli ultimi sono persone in carne e ossa. Sono le famiglie che scivolano nella povertà senza più riuscire a rialzarsi. Sono i senzatetto che abitano gli angoli invisibili delle nostre città. Sono i migranti spesso ghettizzati anziché considerati risorse da integrare nella comunità. Sono i lavoratori fragili della gig economy che consegnano cibo sotto la pioggia senza sapere se pedaleranno abbastanza per permettersi qualcosa da mangiare e un alloggio per dormire.
Chi dà voce ai diritti degli ultimi? Spesso lo fanno associazioni, volontari, sindacati, la buona stampa che sceglie di dare spazio a chi resta ai confini della società. A volte interviene la magistratura, quando emergono forme di sfruttamento o irregolarità. È stato il caso dell’inchiesta della Procura di Milano su Glovo, per esempio, accusata di aver creato un sistema che fa leva «sullo stato di bisogno dei lavoratori», lasciandoli senza tutele adeguate. Detto con un’unica parola: caporalato.
Ma la verità è che la voce degli ultimi raramente nasce da loro stessi, perché la marginalità sottrae tempo, energie, strumenti per farsi sentire. Chi lotta per sopravvivere difficilmente riesce anche a organizzarsi per rivendicare i suoi diritti. La loro rappresentanza viene affidata alla sensibilità altrui, esposta dunque al rischio di essere dimenticata.
Stiamo facendo abbastanza per contrastare uno sviluppo diseguale del nostro Paese?
Se guardiamo ai numeri della povertà, alla crescita delle persone senza dimora nelle grandi aree urbane, alla diffusione di lavori formalmente autonomi ma sostanzialmente privi di protezioni, la risposta non può essere rassicurante. Anche perché, come segnala l’ultimo report dell’Alleanza contro la povertà, oltre alla povertà conclamata sta crescendo sempre di più un’area grigia di famiglie e lavoratori che stanno appena sopra la soglia critica, ma vivono in equilibrio precario tra stipendi bassi, costi dell’abitare in aumento e spese sanitarie rinviate. Persone formalmente integrate, che non sempre rientrano nelle statistiche ufficiali, ma a serio rischio di scivolare rapidamente verso il basso. Ciò accade perché manca una visione strutturale capace di prevenire l’arretramento e di rafforzare le reti di protezione prima che le persone cadano.
Una società avanzata non si definisce tale solo per la ricchezza dei più fortunati o la velocità dei più competitivi, ma anche per la capacità di tutelare i membri più vulnerabili. Oggi quel che è necessario fare è rovesciare la prospettiva per contrastare uno squilibrio crescente. Altrimenti, una democrazia che tollera sacche permanenti di esclusione corre il rischio di sfaldarsi fino a dis-integrarsi.
La questione è anche culturale. Si fa fatica a combattere l’inquietante idea che gli ultimi siano una categoria a parte, distante, “altra” da noi non poveri. Eppure, i penultimi di oggi rischiano di fare presto compagnia agli ultimi di domani. Così come i terzultimi, a loro volta, corrono il pericolo di arretrare. Basta un contratto non rinnovato, un aumento dell’affitto, una crisi aziendale che si aggrava: è un attimo scendere di qualche gradino in questa scala discendente.
Ascoltare la voce di coloro che vivono in prima persona queste condizioni di disagio (e accendere un faro sulle loro vite al limite) può aiutare a dare un volto a forme di povertà che altrimenti rischiano di rimanere invisibili a chi non è costretto a conviverci. In occasione del censimento di Istat e fio.PSD sulle persone senza dimora, nei giorni scorsi su Avvenire abbiamo raccontato le storie di Ulisse e Omar, due senzatetto che vivono per strada a Milano evitando dormitori per paura, rumore o mancanza di documenti per l’accesso. Così come sulla scia dell’inchiesta su Glovo abbiamo raccolto la testimonianza di Ashfaq, cittadino pakistano di 52 anni e da tempo rider a Bologna, che denuncia un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro a causa di una nuova app che ha reso meno trasparenti orari e guadagni.
Le voci di Ulisse, Omar e Ashfaq sono quelle grida «tante volte soffocate dal mito del benessere e del progresso, che dimentica molti e lascia al loro destino chi resta ai margini», come ha detto Papa Leone XIV a novembre in occasione del Giubileo dei poveri. È chiaro che raccontare storie non basta per risolvere situazioni complesse, ma almeno può aiutare a capire che la povertà non è un concetto astratto. Ulisse, Omar e Ashfaq esistono davvero e la loro sopravvivenza ci riguarda tutti.

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