Per le donne del Tigrai la guerra continua. Sui loro corpi
Sono passati tre anni dall’accordo di Pretoria che pose fine alla guerra civile nel nord dell'Etiopia, ma non cessano gli abusi sessuali e lo sfruttamento, che uniti all’estrema povertà e alla fame delineano una nuova emergenza

La morte per fame nei campi per sfollati e la ripresa della violenza sulle donne dopo gli stupri usati come arma nei due anni di guerra. Tre anni dopo l’accordo di Pretoria che sancì la fine della guerra civile nel Tigrai la tragedia continua, soprattutto per le donne e le ragazze adolescenti, e allontana le prospettive di pace e di ripresa nella tormentata regione autonoma del nord dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea. Lo denuncia Gem Tigrai, un movimento femminile nato per favorire l’emancipazione delle donne tigrine sul cui corpo dal 2020 al 2022 si è combattuta una guerra, con violenze indicibili denunciate da media internazionali, organizzazioni umanitarie, ong, senza che i colpevoli fossero mai processati.
Gem Tigrai ha condotto una indagine accurata sul campo per documentare violenze e abusi sulle donne con risultati sconvolgenti. Le categorie più colpite sono le bambine, le adolescenti, le donne sfollate interne e quelle con disabilità. Nelle aree di accoglienza per gli sfollati da oltre un anno le organizzazioni della società civile denunciano condizioni di povertà estrema, insicurezza diffusa e mancanza di sorveglianza. Tutto ciò facilita abusi sessuali, sfruttamento e traffico di esseri umani. Il quadro economico post bellico soprattutto nelle aree rurali è disastroso. La disoccupazione è passata al 74% e il livello di povertà arriva al 90%. Su una popolazione di sette milioni di persone più di due milioni e mezzo affrontano ogni giorno problemi di mancanza di cibo e almeno mezzo milione sono a livelli critici. La regione ospita 760.000 sfollati su un totale in Etiopia di 1,9 milioni. Il quadro peggiore dal punto di vista umanitario è proprio quello dei campi per sfollati, dove prima di Natale sono morte di fame 50 persone. È la conseguenza dei tagli dei paesi ricchi agli aiuti, prima di tutto degli Usa. Ma anche dei tagli praticati da Addis Abeba, secondo i tigrini per un piano deliberato messo in atto dal premier federale Abiy Ahmed, e delle inefficienze della amministrazione regionale tigrina.
«La situazione di vulnerabilità femminile in questo quadro – spiega l’attivista tigrina Batseba Seifu, presidente del consiglio di amministrazione di Gem Tigrai – non è migliorata dopo l’accordo di pace, ma sta peggiorando in un contesto in cui le strutture di protezione sono devastate e l’accesso alla giustizia rimane quasi inesistente. La guerra che ha sconvolto la regione tra il 2020 e il 2022 ha lasciato molte ferite aperte». L’associazione si sta battendo per attirare l’attenzione internazionale e dimostrare che le violenze sulle donne perpetrate durante il conflitto – e riprese ora nei campi – e le loro conseguenze sono inserite in un disegno genocidario.
La Commissione di inchiesta sul genocidio in Tigrai istituita dalla autorità regionale tigrina in anni di lavoro ha intervistato quasi mezzo milione di donne e ragazze e oltre la metà ha dichiarato di aver subito almeno una forma di violenza di genere, con un’alta incidenza di violenza sessuale e stupri di gruppo anche dopo la conclusione del conflitto tra le forze di difesa tigrine guidate dal partito guida Tplf, le forze armate etiopi, quelle eritree loro alleate con le forze regionali Amhara (nell’Etiopia federale ogni stato regionale disponendo proprie forze armate oltre a quelle federali, ndr). Lo stupro come arma di guerra per annichilire e cancellare il nemico annientando le prospettive futuro. Secondo l’indagine, rilanciata da Gem Tigrai, 152.108 sopravvissute (il 53,14%) sono state violentate, il 70% di loro in stupri di gruppo perpetrati da due a cinquanta violentatori. Il 53% degli stupri è stato commesso dalle truppe eritree, il 35% dall’esercito etiope e il resto dalle forza di difesa Amhara. L’organizzazione rileva che molte sopravvissute hanno messo al mondo i figli di questi stupri e questi bambini affrontano oggi discriminazione emarginazione e sono a forte rischio di sfruttamento. La denuncia è molto chiara: non funzionano i tribunali, non i servizi di assistenza alle vittime come i centri di supporto psicologico, e su tutto domina lo stigma per la donna che ha subito violenza, che viene emarginata dalla famiglia, combinata alla paura di ritorsioni.
Yirgalem è una componente della commissione e di Gem Tigrai: «Manca a livello internazionale – commenta – la consapevolezza del genocidio commesso contro la popolazione tigrina. Le conseguenze sanitarie e psicologiche degli stupri in Tigrai sono devastanti. In questo momento non sappiamo cosa stia succedendo nel Tigrai occidentale, occupato da truppe Amhara che impediscono agli sfollati di rientrare a casa. Per mancanza di cure abbiamo un boom di casi di fistole con gravi conseguenze, fino all’immobilità, oltre a problemi di salute mentale. Gli assalti sessuali e le loro conseguenze sono stati deliberati per distruggere il popolo tigrino».
L’accusa è rivolta al premier etiope Abiy Ahmed, anzitutto in quanto Premio Nobel per la pace nel 2019 per il riavvicinamento all’Eritrea e che nonostante ciò nel 2020 non ha esitato ad attaccare i tigrini del Tplf, ribelli e contrari al suo disegno di accentrare il potere. E poi al suo alleato di allora, il dittatore eritreo Isaias Afewerki, da un quarto di secolo nemico dei “cugini” tigrini che guidavano il governo nel 1998, quando scoppiò la guerra tra Eritrea ed Etiopia che provocò 100 mila morti. Dal 2020 al 2022 Isaias e Abiy sono stati alleati, in seguito sono tornate le tensioni tra i due paesi che potrebbero sfociare in un nuovo, disastroso conflitto.
Muna Beshir, vice presidente dell’associazione della società civile del Tigrai occidentale sottolinea soprattutto le gravissime conseguenze delle carenze dell’assistenza sanitaria. «Negli ospedali che non sono stati distrutti durante la guerra si sono rivolte a chiedere aiuto agli ospedali bambine di quattro anni e persone anziane ultra 90enni, ci sono stati molti casi di infezioni da HIV non curate per mancanza di servizi, e questa grave carenza sanitaria ha reso permanenti i danni all’apparato riproduttivo di molte donne violentate. Stupri, violenze e discriminazioni e non hanno risparmiato le donne e le ragazze con disabilità che nel Tigrai post bellico affrontano inoltre barriere fisiche, economiche e sociali che rendono praticamente impossibile accedere ai servizi essenziali, aggravando ulteriormente la loro esposizione alla violenza e all’esclusione. La loro portavoce è Genet Kidane Gebretsadik, direttrice esecutiva delle dell’associazione “Sviluppo per le donne con disabilità”. «Il grido il dolore delle donne con disabilità non è ascoltato – conferma – spesso sono abbandonate nelle strade e nei campi per sfollati, e con tutte le barriere esistenti la vita per loro è quasi impossibile. Nellecaree rurali le difficoltà dei trasporti, l’esclusione sociale e l’assenza di supporto umanitario sono devastanti».
La situazione dell’istruzione regionale, una volta fiore all’occhiello nazionale, è catastrofica: secondo i rapporti citati da Gem Gray il 95% delle lavagne in 96% dei banchi e 88% delle classi sono state danneggiate o distrutte durante la guerra e questo ha escluso dagli studi i bambini disabili, soprattutto le bambine, mentre le famiglie che affrontano condizioni economiche molto difficili spesso lasciano a casa i figli da scuola e li mandano a fare lavori per lo più sfruttati e malpagati. Un rapporto dell’ufficio regionale dell’educazione a settembre 2025 diceva che un milione e duecentomila bambini, il 46% della popolazione in età scolastica, sarebbero rimasti a casa in quest’anno accademico a causa della incompleta implementazione dell’accordo di Pretoria e per le conseguenze economiche e sociali perduranti del conflitto.
In un tale scenario diventa importante riuscire a rompere la barriera di silenzio di indifferenza attorno alle condizioni nella popolazione del Tigrai e portare i responsabili degli stupri davanti alla giustizia, dato che il clima di impunità impedisce qualsiasi forma di riconciliazione e di stabilizzazione sociale. La lezione del Tigrai è che occorre partire dalla lotta contro la violenza di genere per ricostruire la pace.
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