Per fermare i coltelli non bastano Codice penale e metal detector

Se la severità delle norme fosse l’unica soluzione, il nostro sarebbe il Paese più sicuro del mondo. Ma non funziona così. Evidentemente non c’è soltanto un problema di sicurezza urbana
January 20, 2026
Per fermare i coltelli non bastano Codice penale e metal detector
L'ingresso dell'istituto professionale Einaudi Chiodo di La Spezia, dove è avvenuto l'omicidio dello studente Youssef Abanoub da parte di un compagno di scuola/ FOTOGRAMMA
Nel 2026 si muore tra i banchi di un liceo sotto colpi di lama sferrati da uno come te, un ragazzo di 19 anni. Si muore a scuola o nelle vie della movida, esattamente come due o tre secoli fa nelle bettole malfamate di Roma o nei campi della Sicilia rurale ai tempi della mafia delle origini. Ogni epoca ha la sua barbarie, la sua violenza insensata portata al massimo dell’intensità. Muoiono ragazzi ammazzati da altri ragazzi, come nel '77 e dintorni. Loro li ricordiamo ancora, vengono commemorati - in genere con la dovuta consapevolezza dei torti fatti e subiti - dai compagni e camerati che sopravvissero a quegli anni folli, pesanti come le spranghe e le chiavi inglesi che spaccavano teste e ossa. Vengono esaltati anche dalle braccia tese e dai pugni chiusi di chi allora non era nemmeno nato, non sa niente di quel sangue, di quel terrore, non può ricordare quelle madri piegate sotto il peso di un dolore invincibile. Eroi, li chiamano. Non lo erano.
Erano ragazzi nel pieno della vita. Furono prede (e quanto era facile diventarlo) di ciechi estremismi. Furono vittime di cattivi maestri e di una violenza assurda e feroce. Diciamolo, con tutta la pietà umana e cristiana che si deve a quelle giovani vite spezzate: i veri eroi furono coloro che, pur su posizioni diverse e talvolta opposte, rifiutarono la violenza e diedero il loro contributo per mantenere l’Italia nel solco della democrazia. Allora la politica e la società (quei corpi intermedi oggi colpevolmente relegati ai margini e costretti a una sostanziale irrilevanza) seppero reagire, indicare l’alternativa ragionevole e pacifica. Nel tempo che viviamo, di fronte alla tragedia di La Spezia e a tanti analoghi fatti terribili, politici di prima e seconda fila, dal respiro corto e sempre uguali a se stessi, si accapigliano sul divieto di vendita dei coltelli e sulla lunghezza delle lame (ma il giovane omicida di Youssef Abanoub ha usato un coltello da cucina), sui metal detector ai cancelli delle scuole, sulle multe alle famiglie dei ragazzi violenti, sulle ennesime norme restrittive.
Se la severità delle norme fosse l’unica soluzione, il nostro sarebbe il Paese più sicuro del mondo. Ma non funziona così. Evidentemente non c’è soltanto un problema di sicurezza urbana, che pure esiste e non può essere negato. Sembra manifestarsi brutalmente un male profondo, un vuoto di senso. Ieri si moriva per un’idea, per quanto distorta e portatrice di violenza. Oggi si muore per niente: per una foto pubblicata sui social, per un paio di scarpe di moda, per uno sguardo non gradito. Oggi i cattivi maestri sono stati sostituiti da algoritmi che fabbricano bisogni fasulli e distillano odio. Oggi il “sogno” di un diciannovenne può essere addirittura di vedere che cosa si prova a uccidere una persona. È un’enormità che si colloca più in basso perfino della barbarie e che perciò va oltre la barbarie: è nichilismo indotto. Ecco, allora, il compito gravoso e più autentico della politica, che non è quello di fabbricare regole, altrimenti basterebbe un consiglio d’amministrazione o, attenzione, un unico amministratore delegato (da se stesso) come già accade in troppe parti del mondo con esiti devastanti. In democrazia il dovere della politica, di chi governa e di chi sta all’opposizione, è innanzi tutto di dare ai cittadini il senso della comunità e della convivenza civile, di indicare la strada comune nel dialogo e nel rispetto. Rispetto di cui oggi si celebra la Giornata nazionale, indetta proprio in seguito a un tragico fatto di violenza giovanile: l’assassinio di Willy Monteiro.
Ma quale rispetto può pensare di diffondere nella società e tra i giovani una politica ingessata dentro un bipolarismo sempre più sterile, che si esprime più sui social che nelle aule parlamentari, talvolta bullizzando l’avversario come fanno gli adolescenti problematici? Quale dialogo, se qualsiasi tentativo di convergenza o almeno di confronto non pregiudiziale sui grandi temi che riguardano il Paese viene stroncato sul nascere da accuse di “inciucio” lanciate da compagni di partito o da esponenti della parte avversa? Per dare senso, bisogna ritrovarlo. Pensare di fermare i coltelli solamente con il Codice penale e con i metal detector, così come limitarsi alle critiche e alle analisi, equivale a rassegnarsi alla violenza.

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