Parte il nostro viaggio nelle "Guerre dimenticate"
Tutti conflitti sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri. Proviamo ad accendere i riflettori su teatri di crisi rimasti, per mille motivi (interessi economici, convenienze politiche, assenza di personaggi noti, lontananza culturale da media e opinioni pubbliche occidentali), avvolti in coni d’ombra

Tutte le guerre sono uguali, ma alcune guerre sono più uguali di altre. Parafrasando l’acume satirico di George Orwell, nella Fattoria degli animali, viene da chiedersi perché, della sessantina di conflitti armati in atto sul pianeta (il calcolo varia a seconda delle fonti), i principali media si limitino a dare notizia di alcuni. Esistono guerre da prima pagina e guerre che non trovano lo spazio di una “breve”. Guerre di cui sappiamo tutto e altre che fatichiamo a geolocalizzare.
Criteri di notiziabilità, si potrebbe obiettare. Il giornalismo anglosassone insegna che un fatto diventa notizia se risponde alle regole di: impatto (quante persone sono coinvolte), tempestività (se è recente), vicinanza (geografica), conflitto/scontro/disaccordo (sottintendendo come ordinario l’opposto), celebrità (ruolo di personaggi noti), eccezionalità (eventi insoliti). Ebbene, quanti sanno che la crisi umanitaria di maggiori proporzioni sul pianeta è causata dalla guerra civile in Sudan? Quattordici milioni tra sfollati interni e profughi oltrefrontiera. Quanti sono al corrente della violenza jihadista che infiamma la regione del Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), che nel solo Burkina ha provocato oltre 800mila sfollati? Eppure, la distanza fra Milano e Bamako, in Mali, è la stessa, in linea d’aria, che separa l’Italia dallo Stretto di Hormuz (circa 4.000 chilometri).
Dalla tragedia umanitaria del Myanmar, dove dal 2021 è in atto lo scontro armato fra la giunta militare golpista e la resistenza delle Forze di difesa del popolo, alla guerra del Kivu nell’Est della Repubblica democratica del Congo, che coinvolge più o meno direttamente tutti gli Stati della regione dei Grandi Laghi (Uganda, Ruanda, Burundi), l’elenco delle guerre dimenticate potrebbe continuare. E continuerà, da oggi e per tutto l’anno, sulle pagine di Avvenire. Non come mera elencazione di nomi e di luoghi. E neanche di cifre, per quanto i numeri aiutino a capire le proporzioni dei fatti. Ma come incontri, di storie e di persone. Le storie corali, politiche e sociali, dei popoli. E quelle singolari, ciascuna irripetibile nella propria unicità, degli esseri umani. Sul giornale di oggi pubblichiamo la puntata introduttiva della serie “Guerre dimenticate”. La accompagna una mappa dei Paesi di cui andremo a parlare. Nessuna pretesa di esaustività. L’intento è quello di accendere, di volta in volta, i riflettori su teatri di crisi rimasti, per mille motivi (di interessi economici, convenienze politiche, assenza di personaggi noti, lontananza culturale da media e opinioni pubbliche occidentali…), avvolti in coni d’ombra. Gettando fasci di luce che spesso si riverberano sui conflitti “noti”, e sulle relazioni di potere internazionali, aiutando a meglio interpretarli.
Per ciascuna “guerra dimenticata” pubblicheremo una rapida scheda sulle cause, gli eventi e gli attori in campo. Laddove sarà possibile (e spesso lo sarà) andremo a vedere con i nostri occhi, per raccontare attraverso reportage le situazioni e le persone. E per ricercare, portandoli alla luce, quei semi di pace e di solidarietà che pure germogliano e danno frutto anche nelle condizioni più disperate. Per quei teatri di conflitto che invece restano inaccessibili, ci faremo guidare dalle voci esperte di chi li conosce da vicino, per averli a lungo studiati, o vi è tuttora presente per ragioni umanitarie.
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Come nel 2025 con la serie “Figli di Haiti”, anche quest’anno con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà. Si tratta di “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. Ogni puntata della serie sarà accompagnata da un aggiornamento sul progetto (anche multimediale, tramite QR code) e il promemoria su come donare. In questa prima uscita, le riflessioni di una tra i massimi studiosi di conflitti contemporanei, la britannica Mary Kaldor, e di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Oltre a un excursus storico sulle parole dei Pontefici contro tutte le guerre. Per non dimenticare la sofferenza. E la dignità. Uguali per tutti.
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