L'Occidente davanti al test dell'Artico: sovranità o arbitrio?
di Davide Re
È il luogo in cui oggi si decidono scienza, tecnologia, traffici commerciali, risorse da sfruttare, sicurezza e catene di valore del prossimo decennio.

Il post del presidente degli Stati Uniti Donald Trump rivolto ai groenlandesi - che in soldoni diceva sostanzialmente questo: «I danesi vi hanno tradito, lo sapete; ora cosa volete fare?» – è rozzo nello stile, ma lucido nel contenuto. Non è l’ennesima boutade social: è un avvertimento strategico. Perché l’Artico non è più periferia. È il luogo in cui oggi si decidono scienza, tecnologia, traffici commerciali, risorse da sfruttare, sicurezza e catene di valore del prossimo decennio.
La Groenlandia non è uno Stato sovrano: è un territorio autonomo dentro il Regno di Danimarca, coperto dall’ombrello Nato e sede di asset americani cruciali. In un contesto così, la sovranità non è arbitrio; è responsabilità fiduciaria. Aprire allo sfruttamento di risorse critiche con capitali cinesi, come tempo fa era negli intenti del governo di Copenaghen, senza una concertazione piena con Unione Europea e Stati Uniti d’America non è neutralità commerciale: è arbitrio geopolitico su un terreno che non lo consente. I groenlandesi lo hanno capito prima delle élite. Alle urne, nelle ultime due elezioni, nonostante la vittoria alternata di forze politiche diverse, hanno prima revocato e poi riconfermato il no a quegli accordi, segnalando, quest’ultima occasione, lo scorso anno, che il problema non era “Washington contro Pechino”, ma la sensazione di essere trasformati in pedina. È su questa crepa che Trump ha affondato il colpo: non per “comprare” un’isola, ma per mettere in mora un comportamento. Il messaggio è semplice: se sei protettorato strategico, non puoi monetizzare la tua posizione giocando su due tavoli. Il caso danese non è isolato.
Nell’Unione europea diversi Paesi hanno flirtato – per necessità, inerzia o calcolo – con ambiguità sempre meno tollerabili per gli Usa. La Germania per dipendenza industriale, l’Ungheria per scelta deliberata, la Grecia per debito. L’Italia stessa ha conosciuto l’errore simbolico della Belt & Road, poi corretto. Il punto non è la colpa, ma il tempo: in una competizione sistemica il ritardo cognitivo costa più di una sconfitta tattica. C’è poi l’elefante nella stanza che spiega la durezza americana: la rotta artica nord-orientale. Con lo scioglimento dei ghiacci, Mosca punta a renderla pienamente operativa e strutturale, presidiata da una flotta di rompighiaccio nucleari che gli Stati Uniti, nel passaggio di Nord-Ovest non hanno, e che rendono la via praticabile tutto l’anno. È una direttrice che collega direttamente Asia ed Europa, riducendo drasticamente tempi e costi rispetto alla circumnavigazione dell’Africa e offrendo un’alternativa stabile al passaggio di Suez, oggi esposto a crisi regionali, blocchi e instabilità. In prospettiva, quella rotta consentirebbe alla Russia di agire da casellante geopolitico dei traffici artici, garantendo alla Cina e ai partner eurasiatici una via commerciale meno vulnerabile alle tensioni mediorientali e alla pressione navale di varie potenze.
Per Washington non è solo commercio: è sicurezza, proiezione di potere e controllo delle catene logistiche del futuro. Da qui la domanda scomoda che il post lascia sospesa e che riguarda chi chiede protezione nel Baltico – come appunto la Danimarca, di recente sottoposta a presunti attacchi ibridi da droni no flag - mentre si comporta da broker nell’Artico. La Nato non è un condominio: è un patto di affidabilità. Chi sta sotto l’ombrello chiede deterrenza; in cambio offre coerenza. Sovranità oggi significa scegliere il campo prima di monetizzare la posizione. Arbitrio significa rimandare la scelta per incassare rendite a breve. In tempi normali può funzionare. In tempi sistemici rompe la fiducia. L’Artico non perdona le ambiguità: o governance condivisa fra alleati, o corridoio conteso da chi è disposto a pagare il prezzo della durezza. Forse è questa la nuova legge del freddo del “Grande Nord”.
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