La vera sfida dopo il referendum: ridare voce agli elettori
Il ritorno al voto (dei giovani soprattutto) riporta al centro la partecipazione. Mentre il dibattito sulla legge elettorale e i meccanismi di premio rischiano di comprimere rappresentanza e ruolo del Parlamento, rafforzando l’esecutivo

L’«occasione storica» di riformare la giustizia, lamenta Giorgia Meloni, è stata mancata perché un tema così complesso e delicato è diventato, con il referendum, una contesa tutta politica. In realtà le esperienze pregresse avrebbero dovuto avvertire che ciò era inevitabile, sarebbe quindi servito un accordo ampio in Parlamento che invece non si è nemmeno cercato. Ma il messaggio arrivato da una cospicua fetta di elettorato tornata alle urne (i dati dicono che si è trattato soprattutto di giovani) i suoi effetti li ha già prodotti, a giudicare dal ritorno al centro della scena – come vediamo – delle questioni vitali, con tutto il rispetto per la separazione delle carriere e le funzioni disciplinari dei magistrati, che una politica avveduta e dialogante avrebbe dovuto definire nelle sedi competenti, senza tirare in ballo una popolazione preoccupata in questa fase per temi che mettono a rischio il futuro e creano angoscia soprattutto, per l’appunto, alle giovani generazioni. Segni di un cambio di passo del governo, il primo “no” venuto a Trump sul caso Sigonella e la missione nei Paesi arabi di cui la premier ha riferito ieri in aula. Va detto che invece le opposizioni, con il dibattito piuttosto autoreferenziale scaturito sulle primarie, danno l’idea di non aver ancora colto pienamente la novità. Perché il punto che dovrebbe interrogare tutti, ora, è come consolidare questo inaspettato ritorno alla partecipazione, mentre i segnali che arrivano dal dibattito, o meglio dal dialogo fra sordi, sulla legge elettorale, sembrano andare in tutt’altra direzione. La maggioranza ha depositato una sua proposta e invita le opposizioni a pensarci su, perché – si sostiene, in pratica – un sistema in cui chi vince prende tutto conviene anche a loro.
In realtà un assetto del genere conviene solo ai partiti maggiori per alimentare i loro “cerchi magici” ma conviene molto meno ai cittadini elettori, al mondo giovanile, all’associazionismo, che per essere presi in considerazione al momento delle candidature dovranno piegarsi ai vertici attuali dei partiti, poco avvezzi – come si sa – alle regole democratiche interne. La questione, sottovalutata anche da autorevoli studiosi, è che in nome dell’esigenza di garantire stabilità all’esecutivo si finisce per far diventare il Parlamento cinghia di trasmissione di una coalizione, o meglio del leader della coalizione, il cui nome, in base alla proposta attuale, andrebbe depositato prima del voto. Si fa spesso riferimento con superficialità al buon funzionamento dei sistemi di voto adottati per Comuni e Regioni trascurando il fatto che “allineare” le assemblee elettive a sindaci e presidenti di regione è questione meno delicata, non essendoci in ballo il rapporto fra poteri dello Stato, col rischio di rendere uno (il legislativo) succube dell’altro (l’esecutivo). Giova ricordare che le dittature sovente, anche in Italia con la legge Acerbo, sono scaturite non da colpi di Stato, ma da sistemi di voto azzardati e compiacenti. E infatti presenta forti dubbi di costituzionalità un sistema che, come si ipotizza, consenta a una coalizione che detiene appena il 40% dei consensi, di ottenere il 55% dei seggi. Con la conseguenza di mettere nella disponibilità di quella che (tanto più a questi livelli di partecipazione al voto) resta una minoranza ma viene trasformata per legge in maggioranza, anche l’elezione una figura super partes come il capo dello Stato, fondamentale nel sistema istituzionale concepito dai nostri padri costituenti, con un contributo decisivo dei cattolici. Particolarmente azzardata, e anche macchinosa nel nostro sistema bicamerale, è l’ipotesi del ballottaggio, concepita allo scopo di escludere in Italia quel che persino in un sistema marcatamente presidenziale come quello americano è da sempre accettato, che cioè il potere legislativo possa non essere allineato all’esecutivo. È vero che il ballottaggio è in vigore invece in altri sistemi, ma lo è in ragione di un consolidato bipartitismo, che qui invece si vorrebbe imporre per legge, e per legge ordinaria per giunta. Ipotesi peraltro già bocciata dalla Consulta nel 2017 per l’Italicum, indicando motivi di perplessità difficilmente aggirabili.
Favorire la stabilità e la governabilità è un’esigenza che si pone, ma non a prezzo di stravolgere criteri di rappresentanza irrinunciabili per un organo chiamato a essere, oltre che legislatore, anche costituente. Ora, se c’è un verdetto chiaro venuto dal referendum, è lo stop ai colpi di mano sulla Costituzione, essendo necessario un ampio accordo in Parlamento. Ma sarebbe allora ben strano se, una volta considerata impraticabile per questa strada la riforma del premierato, si pensasse di introdurla di fatto attraverso legge ordinaria, con un nuovo sistema di voto, ottenendo lo stesso effetto penalizzante per il Parlamento e il Quirinale. Quel che si richiede invece per rilanciare le Camere messe ai margini da una prassi pluridecennale, e per dare una spinta a questa voglia di partecipazione riemersa inaspettatamente, è un ritorno alle preferenze o al sistema dei collegi uninominali, che la proposta attualmente alla base della discussione, intende viceversa cancellare del tutto. Quattro leggi elettorali succedutesi dal 1993 hanno progressivamente precluso al corpo elettorale la possibilità di selezionare la classe dirigente. A parole, ora, tutti si dicono intenzionati a interrompere questo sistema perverso. Ma alla fine è sempre prevalso l’inconfessabile interesse dei leader a selezionare, ognuno in casa propria, i parlamentari, in base a criteri di fedeltà. E difficilmente le cose potranno cambiare, senza una diffusa consapevolezza e un’iniziativa “dal basso”.
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