La lezione del Giappone che ripulisce il mondo
Negli stadi americani il rito dei tifosi e dei calciatori asiatici che raccolgono i propri rifiuti. Non è solo forma, ma l'esempio di un popolo che sa abitare la vita con rispetto

Lo hanno fatto ancora, lo fanno sempre. Quella dei tifosi del Giappone che a fine partita raccolgono i rifiuti da loro stessi lasciati sugli spalti durante la partita contro l’Olanda è forse l’immagine televisiva più bella di questo Mondiale di calcio, che per altri versi sta producendo perplessità in quantità industriale.
Lo stadio era quello di Arlington, Texas. La partita era finita 2-2, le borse blu che hanno utilizzato per portare via bicchieri e cartacce sono le stesse che hanno sventolato come bandiere durante l’incontro. Perché lo fanno? “Per una questione di rispetto”, hanno risposto. “Abbiamo trovato gli spalti puliti, e puliti li abbiamo lasciati. Siamo onorati di essere qui, non siamo abituati a sporcare in casa altrui e andarcene...”.
Fanno la stessa cosa anche i giocatori negli spogliatoi. Ormai è quasi un rito. E la cosa paradossale è che non fa quasi più notizia. Sono abituati a mettere tutto in ordine, e a non lasciare un solo pezzo di carta in terra, anzi uno sì ma sul tavolo. Ed è un bigliettino per dire grazie. Fanno così i giapponesi, e quella nazionale assomiglia proprio a un mondo migliore. Un mondo possibile, qui sulla Terra dei feroci, dei maleducati e dei fanatici.
Già in campo, durante le partite giocate quasi sempre benissimo, erano stati bravi. Gente seria che fa le cose per bene, che corre e si difende, ognuno nel proprio ruolo. E mai un colpo duro senza motivo, mai una protesta insensata, mai una sceneggiata cialtrona: perché loro sono giapponesi. Non vinceranno mai il mondiale, ma è poi così importante?
Che bello allora se potessimo essere giapponesi anche noi. Anche solo per mezz'ora al giorno, anche solo per un quarto d'ora, per dieci minuti. Se sapessimo dire grazie. Se riuscissimo a essere concreti e seri, appassionati ma non fanatici. Se fossimo capaci di accettare un verdetto, anche doloroso: in famiglia, al lavoro, nello sport. Se sapessimo lasciare pulito dove sporchiamo. Per terra, ma non solo. Perché non c’è mai solo un pavimento da spazzare, ma ci sono esistenze intere da lucidare. Almeno una volta ogni tanto.
Che bello sarebbe se potessimo mantenere quel poco di ingenuità che ci permette di illuderci di avercela fatta, senza però precipitare nella depressione o nello sconforto quando scoprissimo che così non è. Se, insomma, sapessimo vincere e perdere con la stessa forza, compresa la debolezza. Se fossimo diversi.
Questione di stile? Si fa presto a dire stile, e lo si confonde quasi sempre con la forma, con l'aspetto o l'eleganza dei gesti. Se è per questo, c'erano generali nazisti elegantissimi e impeccabili nelle loro divise assassine. Invece lo stile racconta come siamo, anzi come riusciamo a essere nelle difficoltà, nelle emergenze e nelle pressioni, quando ci trasformiamo in un sistema di sopravvivenza, come scrive Julian Barnes. Lì si capisce di che materiale siano fatti gli uomini, e il materiale dei giocatori giapponesi, e dei loro tifosi, dev'essere davvero speciale. Forse è lo stesso che ha permesso a questo grande, remoto e fiero popolo di risollevarsi da due bombe atomiche e diventare un colosso, e per certi versi un esempio. A volte ci sembrano alieni, lost in translation, ma è solo perché le parole giuste le abbiamo smarrite noi.
Questione di stile? Si fa presto a dire stile, e lo si confonde quasi sempre con la forma, con l'aspetto o l'eleganza dei gesti. Se è per questo, c'erano generali nazisti elegantissimi e impeccabili nelle loro divise assassine. Invece lo stile racconta come siamo, anzi come riusciamo a essere nelle difficoltà, nelle emergenze e nelle pressioni, quando ci trasformiamo in un sistema di sopravvivenza, come scrive Julian Barnes. Lì si capisce di che materiale siano fatti gli uomini, e il materiale dei giocatori giapponesi, e dei loro tifosi, dev'essere davvero speciale. Forse è lo stesso che ha permesso a questo grande, remoto e fiero popolo di risollevarsi da due bombe atomiche e diventare un colosso, e per certi versi un esempio. A volte ci sembrano alieni, lost in translation, ma è solo perché le parole giuste le abbiamo smarrite noi.
Faceva tenerezza vederli raccattare rifiuti sorridendo. Ma quanto sarebbe bello, nel fondo delle nostre sciocche nevrosi, ispirarci a loro. Bastano pochi minuti al giorno, un piccolo pensiero, una parola detta o non detta, perché lo stile è anche non dire quando è più opportuno tacere. Non si vince il mondo, così, ma forse un poco lo si cambia. O almeno, lo si pulisce.
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