La crisi nel Golfo e l'energia che diventa fame

Un'analisi della Fao evidenzia come il blocco dello Stretto di Hormuz faccia impennare energia e fertilizzanti, riduca le rese agricole e spinga i prezzi del cibo, con effetti globali soprattutto sui Paesi più vulnerabili
March 26, 2026
La crisi nel Golfo e l'energia che diventa fame
Navi in transito nello Stretto di Hormuz l'estate scorsa. Ora questo tratto strategico di mare è sostanzialmente chiuso e l'Iran consente il passaggio di pochissime navi cargo / Epa
Una crisi energetica che rischia di trasformarsi in una nuova emergenza alimentare. È questo il quadro che emerge dalla analisi della Fao sugli effetti dell’attuale situazione nel Golfo Persico che in pochi giorni ha scosso uno dei punti più sensibili dell’economia mondiale. Al centro della crisi c’è lo Stretto di Hormuz, una stretta via marittima da cui passa una quota enorme del commercio globale di energia. In condizioni normali transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a un quarto del traffico mondiale via mare. Con l’inizio delle ostilità, però, il passaggio delle navi è praticamente crollato, riducendosi di oltre il 90% e bloccando una parte cruciale delle esportazioni di petrolio, gas e fertilizzanti.
L’impatto sui mercati è stato immediato. Come sappiamo, i prezzi del petrolio sono aumentati rapidamente, arrivando a crescere fino al 35% nei primi giorni del conflitto, mentre il gas naturale, soprattutto in Europa, ha registrato rialzi ancora più marcati, fino al 75%. Questo aumento non riguarda solo il settore energetico, ma si trasmette a cascata su tutta l’economia, inclusa la produzione agricola e di riflesso alimentare. Il Golfo Persico, infatti, non è solo una potenza energetica. È anche uno dei principali snodi globali per la produzione e l’esportazione di fertilizzanti, fondamentali per l’agricoltura moderna. Una quota significativa del commercio mondiale di questi prodotti passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. Con le rotte interrotte e diversi impianti danneggiati o rallentati, milioni di tonnellate di fertilizzanti non stanno raggiungendo i mercati internazionali.
Questo si traduce in un aumento dei prezzi e in una maggiore difficoltà di approvvigionamento per gli agricoltori. Il problema è particolarmente delicato perché, a differenza del petrolio, non esistono riserve strategiche globali di fertilizzanti. Se l’offerta si riduce, non ci sono strumenti immediati per compensare la carenza. Per chi lavora nei campi, le conseguenze sono molto concrete. Energia più cara significa costi più alti per macchinari, irrigazione e trasporti. Fertilizzanti più costosi o difficili da trovare significano, spesso, usarne meno. E usare meno fertilizzanti porta quasi inevitabilmente a raccolti più scarsi. Questo effetto potrebbe manifestarsi già nei prossimi mesi, con una riduzione delle rese agricole e una conseguente pressione sui prezzi alimentari. I primi segnali si vedono già sui mercati internazionali. I prezzi di prodotti di base come grano, riso e oli vegetali hanno iniziato a salire, anche se per ora restano al di sotto dei picchi raggiunti durante la crisi del 2022. Tuttavia, il rischio è che la situazione peggiori con il tempo, soprattutto se gli agricoltori ridurranno la produzione a causa dei costi elevati. A complicare ulteriormente il quadro c’è il legame tra energia e biocarburanti. Quando il petrolio diventa più caro, produrre carburanti alternativi come etanolo e biodiesel diventa più conveniente. Questo, in diversa realtà, aumenta la domanda di materie prime agricole come mais e oli vegetali, sottraendole al consumo alimentare e contribuendo a far salire i prezzi.
Gli effetti della crisi non sono distribuiti in modo uniforme. I Paesi più vulnerabili sono quelli che dipendono dalle importazioni, sia per i fertilizzanti sia per il cibo. In molte economie africane, ad esempio, anche un aumento contenuto dei prezzi può ridurre drasticamente l’uso di fertilizzanti da parte dei piccoli agricoltori, con conseguenze dirette sulla produzione e sulla sicurezza alimentare. Anche diverse economie asiatiche e latinoamericane stanno affrontando un aumento dei costi che potrebbe ridurre i margini degli agricoltori e influenzare le decisioni produttive. Paradossalmente, anche i Paesi del Golfo, pur essendo ricchi di energia, sono tra i più esposti sul fronte alimentare. La maggior parte di questi Stati importa tra il 70% e il 90% del cibo che consuma. Con le rotte marittime interrotte, il rischio non è immediato grazie alle scorte, ma diventa concreto se il conflitto dovesse protrarsi nel tempo. La situazione è particolarmente critica in Iran, dove alla guerra si sommano fragilità economiche già esistenti. La combinazione di difficoltà nelle importazioni, svalutazione della valuta e inflazione ha portato a un aumento vertiginoso dei prezzi alimentari.
La Fao segnala che il prezzo della farina a Teheran è aumentato di circa il 120% in un solo mese, e quasi del 200% rispetto all’anno precedente. Gli effetti della crisi potrebbero estendersi anche oltre i mercati delle materie prime. Milioni di lavoratori stranieri impiegati nei Paesi del Golfo inviano ogni anno rimesse ai loro Paesi d’origine. Se il conflitto dovesse rallentare l’economia della regione o costringere molti di loro a rientrare, queste entrate potrebbero diminuire, aggravando ulteriormente la situazione economica in molti Paesi in via di sviluppo. Nel complesso, la crisi in corso mostra quanto siano interconnessi i sistemi globali. Un blocco in un punto strategico come lo Stretto di Hormuz è in grado di influenzare contemporaneamente energia, agricoltura e prezzi del cibo, con effetti che si propagano rapidamente a livello mondiale. Intervenire è urgente e non può limitarsi a un solo fronte: bisogna tenere aperte le rotte commerciali, sostenere concretamente gli agricoltori e aiutare i Paesi più esposti a reggere l’urto. Senza una rapida stabilizzazione della crisi e senza il ritorno alla normalità nei traffici, il rischio è quello di entrare in una nuova stagione di instabilità globale. E a pagarne il prezzo, ancora una volta, potrebbero essere soprattutto i più vulnerabili, con un aumento del costo del cibo e nuove pressioni sulla sicurezza alimentare in molte parti del mondo.

Direttore Generale aggiunto Fao

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