Perché la bocciatura del trumpismo apre spiragli di pacificazione

Sul voto che ha premiato i democratici e bocciato il mondo Maga hanno pesato guerra, carovita e corruzione. Mentre il Congresso si prepara allo scontro, si apre un’opportunità per i costruttori di pace
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November 5, 2026
Perché la bocciatura del trumpismo apre spiragli di pacificazione
Donald Trump / Reuters
Se c’era un mondo al contrario, quel mondo era quello di Donald Trump trionfante in patria e imitato all’estero. Gli elettori sono sovrani e possono cambiare idea, questa è la democrazia. Gli Stati Uniti ce ne stanno dando una dimostrazione. Aveva però ragione chi aveva avvertito dell’inconsistenza e anche della pericolosità politica del tycoon, non il candidato ideale per guidare la prima potenza del mondo. Ora ne ha preso coscienza la maggioranza degli americani, che hanno affollato i seggi in un ideale referendum sul loro presidente. Il verdetto appare schiacciante: il capo della Casa Bianca, il suo movimento Maga e persino quello che resta di un Partito repubblicano presentabile sono stati bocciati senza appello. La minoranza repubblicana alla Camera e al Senato dall’anno prossimo rappresenterà principalmente un segmento bianco e anziano della popolazione, in parte residente nelle zone rurali e in parte molto ricco, l’unico che Trump non ha scontentato troppo nei primi due anni del suo secondo mandato. La cosiddetta onda azzurra non solo ha sommerso vecchie e nuove roccheforti rosse, soprattutto ha fatto emergere il volto di un’America che cambia e porta ai posti di comando più donne ed esponenti di altre etnie, religioni e orientamenti valoriali rispetto al tradizionale paradigma Wasp. Ma ancora una volta sarebbe sbagliato focalizzare l’analisi sulla battaglia culturale delle élites: tendenze woke contro il tecnoelitarismo degli alfieri dell’intelligenza artificiale. Spiace dirlo, l’elemento decisivo, almeno per le dimensioni del risultato uscito dal voto di midterm, è quello fotografato dalla propaganda iraniana.
L’attacco sferrato dagli Usa insieme a Israele il 28 febbraio scorso ha coinvolto gli Usa in una guerra forse illegale e certo mal progettata, i cui effetti – insieme all’imposizione di dazi usati come clava nei confronti di avversari e alleati – si sono riverberati fortemente sul bilancio familiare degli americani: inflazione non domata, malgrado le promesse della campagna elettorale 2024; e, soprattutto, prezzo dei carburanti alle stelle in una nazione nella quale la mobilità privata su auto resta un’icona di libertà oltre che una necessità quotidiana per coprire grandi distanze. Trump, si dice, voleva entrare nella Storia come colui che ha rovesciato il regime teocratico degli ayatollah sciiti. La Guida Suprema Ali Khamenei è stata uccisa; la resistenza di Teheran ha indirettamente ridotto il capo della Casa Bianca ad “anatra zoppa”. Nel prossimo biennio sarà un leader con ancora molti poteri, posto però di fronte a un Congresso ostile, in parte desideroso di tentare un terzo impeachment o comunque di aprire scomode inchieste, e pronto a far tornare indietro il pendolo politico. Dal 20 gennaio 2025 l’orientamento si era rapidamente spostato verso una politica che a parole era vicina ai “dimenticati”, i lavoratori disprezzati dalla classe urbana dei laureati, e in realtà riservava maggiori attenzioni ai grandi interessi economici, alle pulsioni razziste fatte risalire in superficie e all’approccio transazionale alle relazioni internazionali, dove il diritto e i diritti contano meno dei vantaggi che si possono ottenere per sé e per il Paese. Non è un caso che una delle parole chiave di queste elezioni, quasi più di guerra, immigrazione e caro vita sia stata corruzione. Un fenomeno più ampio del pagare per ottenere indebitamente qualcosa: si riferisce a un clima inquinato dall’affarismo e dall’insensibilità, pur in una società che resta dinamica e per nulla rassegnata.
Se il trumpismo come modello e sistema ideologico pare al tramonto, non sorge necessariamente un nuovo fronte compatto. Il Partito democratico vince nella pluralità delle figure e degli approcci, conquistando persino una quota di votanti che lo ritiene inadeguato quanto quello repubblicano. Convivono felicemente nel trionfo i socialisti alla Mamdani, i moderati di centrosinistra alla Schumer e i richiami cristiani proposti dal neosenatore del Texas James Talarico. Dopo applausi e brindisi, si tratterà però di trovare una sintesi. Non c’è il comunismo alle porte della capitale, come paventa Trump, anche se la nuova sindaca di colore Janeese Lewis George è stata eletta a Washington in una notte che ha visto pure approvare il divieto animalista del foie gras, piatto di gran moda nei ristoranti dell’entourage presidenziale. Il capogruppo democratico Hakeem Jeffries, possibile futuro speaker, può essere capace di una mediazione che eviti forzature sulle richieste più radicali in tema di finanziamenti alla sanità, depotenziamento della famigerata polizia di frontiera Ice e riduzione del sostegno a Israele chiesto dal movimento pro-Palestina. Bisognerà in ogni caso fare i conti con un presidente che può porre veti e continuare a gestire politica estera e dispiegamento delle Forze armate. Le incognite per le prossime settimane e i prossimi mesi sono tante. Ci sarà un rinnovato sforzo negoziale con l’Iran o un Trump nell’angolo tenterà il colpo militare decisivo in aperto contrasto col sentimento nazionale anti-bellicista espresso ai seggi? Un’Amministrazione Usa così indebolita rappresenterà una sponda meno solida per i sovranisti europei che tentano di andare al governo in Francia e Germania? E riprenderanno slancio i progressisti europei sulle ali di ciò che è accaduto oltre Atlantico? Quale sarà poi l’impatto sull’economia e le Borse, in un contesto in cui si sono fatte chiaramente sentire l’ostilità di molti americani per la proliferazione dei data center che consumano acqua ed energia e la diffidenza per l’IA che ruba posti di lavoro? L'eventuale scoppio di una bolla delle big tech potrebbe inoltre compromettere la crescita americana e rendere ancora più difficile la gestione del gigantesco debito federale, cattiva notizia ben oltre i confini degli Stati Uniti.
Il dato positivo, come si diceva in apertura, è offerto comunque dalla solidità e dalla stabilità del sistema americano, messo recentemente a dura prova dall’insurrezione del 6 gennaio 2021 e dalla polarizzazione del dibattito pubblico, ai limiti dell’intolleranza reciproca. Non dovrebbe essere una notizia che un leader sconfitto accetti il verdetto delle urne. Oggi purtroppo lo è diventata. Tuttavia, niente di quello che si poteva temere sembra essere accaduto. L’America resta un Paese spaccato che dovrà trovare la propria rotta verso una non facile pacificazione, intesa in tutti i sensi. Ed è quello che in tanti si aspettano, anche da molto lontano, perché i destini dell’Ucraina, di Gaza e di tanti popoli sofferenti dipendono da un ordine internazionale che Washington ha contribuito prima a costruire e poi a picconare. Si apre un’opportunità per i costruttori, non va sprecata.

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