Il labirinto di Hormuz e il guizzo che serve per uscirne

La crisi, tra le più rilevanti degli ultimi decenni, avrà effetti duraturi su traffici e prezzi, anche in caso di rapida soluzione. L’Italia, tra i Paesi più esposti sul piano energetico, rischia crescita debole e inflazione in aumento, mentre sono limitati i margini di intervento. Servono misure mirate e un’azione europea
April 22, 2026
Il labirinto di Hormuz e il guizzo che serve per uscirne
Navi cargo nel Golfo, vicino allo Stretto di Hormuz /Reuters
Non sappiamo come e quando usciremo dal labirinto di Hormuz, di certo però pagheremo caro «l’evento più importante degli ultimi 40 anni», come l’ha definito l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi (che dagli anni ’80 a oggi ne ha visti, di eventi). Lo pagheremo caro anche se, miracolosamente, dovesse risolversi nel giro di poche ore: ci vorrà tempo per il ritorno alla normalità dei traffici che passano per lo Stretto e soprattutto per la discesa dei prezzi di ciò che viaggia sulle navi, a partire ma non solo dai prodotti petroliferi. Lo ha detto chiaramente il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, suggerendo che la prova di stress a cui è stato sottoposto il mondo con la guerra di Usa e Israele all’Iran finirà per mettere a nudo chi è più debole nello scacchiere energetico globale: l’Italia purtroppo è tra questi, in prima linea. Gli allarmismi non servono a molto, ma la sensazione è che si fatichi ad avere piena consapevolezza di quanto stia capitando, forse ipnotizzati dalla volatilità delle sparate trumpiane e da tutto ciò che ne consegue. Un po’ rimuoviamo, un po’ speriamo che finisca tutto in fretta.
Ma intanto il diesel ha superato stabilmente i due euro al litro (nonostante lo sconto sulle accise), sui voli c’è seria preoccupazione, frutta e verdura costano il 20-30% in più di poche settimane fa. Segnali che si accompagnano alle tante previsioni formulate la settimana scorsa le quali, pur da punti di vista diversi, paiono convergere, di nuovo, su un punto: anche se la crisi dovesse risolversi in fretta il danno sarebbe già fatto, e non sarebbe piccolo. Il Fondo monetario internazionale ha già tagliato le aspettative di crescita per l’Italia dello 0,2% nel 2026, che al momento vede proiettato su un Pil a +0,5%, sempre che la crisi petrolifera rientri in fretta. Stime coincidenti con quelle dell’Ufficio parlamentare di bilancio, secondo il quale il perdurare della paralisi dei traffici potrebbe costare altri due decimi di Pil. Avvicinandoci, in pratica, a quella crescita zero che presagisce Banca d’Italia se lo Stretto dovesse rimanere inattraversabile a lungo. Ma è solo una faccia della medaglia, e neanche la peggiore. Perché è l’inflazione l’ingranaggio più sensibile e pericoloso: lo scenario base formulato dagli economisti della Banca centrale, quello che di nuovo prevede un rapido ritorno alla normalità, prevede un tasso del 2,6% a fine anno, quasi doppio rispetto all’1,5% riscontrato ancora a febbraio (e già salito all’1,7% a marzo). Ma più passano i giorni e più salgono le probabilità che ci sarà da misurarsi con lo scenario “avverso”, quello che sconta una lunga paralisi dei traffici: in questo caso, stimano in Banca d’Italia, il rischio è di un’inflazione al 4,5%.
Sono numeri che comprensibilmente lasciano poco tranquilli chi ne coglie le ricadute. A partire dal Tesoro, dove si attendono i consuntivi Istat sul 2025 (che ora sembra un’epoca fa), la base per il Documento di finanza pubblica, entro la quale il governo Meloni potrà poi costruire l’ultima legge di bilancio della legislatura. Finora la priorità è stata sul rapporto deficit/Pil, perché se – come non ancora escluso – dovesse scendere sotto il 3,1% previsto dalle regole di bilancio europee l’Italia potrà ottenere maggiori spazi di manovra sulle spese militari. Ma ora più delle guerre e delle richieste di Trump a far paura all’Italia è l’economia e soprattutto la capacità di spesa degli italiani: di qui la necessità di inventarsi qualcosa di diverso. E sicuramente di alternativo agli sconti sulle accise, criticati la settimana scorsa dal Fondo monetario internazionale, difesi per dovere di casacca dal ministro Giorgetti ma chiaramente insostenibili sul lungo periodo: costano tanto e soprattutto ne beneficia anche chi non ne ha bisogno. Occorre altro, insomma. Misure di ampia portata ma “chirurgiche”, sia nella capacità di intervenire là dove serve sia nelle coperture di cui potranno disporre. Che non può essere il debito: con quello pubblico italiano che continua a salire (3.139 miliardi a febbraio) e non smetterà di farlo prima del 2028 (stime Fmi, sperando che reggano), non c’è molto spazio per la fantasia o per immaginarsi qualcosa di comparabile al Pnrr. Palazzo Chigi è atteso da un finale molto diverso da quello che immaginava ancora nell’autunno scorso, quando si era lavorato a una manovra 2026 in versione compassata anticipando che “il bello” sarebbe arrivato dodici mesi dopo. Il contesto economico si è capovolto ancora più rispetto a quello politico, e dall’ambizione di benefici straordinari si è passati all’urgenza di misure emergenziali.
Non è detto che sia per forza un male: la situazione sta diventando troppo severa per essere gestita in totale autonomia, e le responsabilità non possono certo essere attribuite integralmente a chi governa, che semmai si è limitato a difendere la linea di galleggiamento. Per di più il resto d’Europa non se la passa molto diversamente: comprese la Francia o la Gran Bretagna, alle prese con una contabilità nazionale traballante, ormai guardate dai mercati finanziari con la stessa preoccupazione fino a pochi anni fa riservata alla sola Italia. Ecco perché l’Europa è la prima direzione in cui sarebbe utile guardare: la trasversalità dei problemi e il ruolo che l’Italia ha saputo costruire e difendere sono ottime premesse per chiedere un piano d’intervento che vada oltre a smart working e sconti ai mezzi pubblici. Ma che, per favore, non si limiti alla sospensione delle regole di bilancio. A livello comunitario lo spazio di agibilità politica è molto più ampio che per i singoli Stati. C’è, ad esempio, un fronte che probabilmente meriterebbe più attenzione, sia dal punto di vista politico che finanziario: è quello del fisco e in particolare delle imposizioni alle multinazionali, discorso tra i più sgraditi dagli Stati Uniti visti i timori dei colossi vicini all’Amministrazione Trump (come parso trapelare la settimana scorsa dal colloquio tra Giorgetti e il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent). Se davvero si stanno riscrivendo le regole globali, perché non mettere sul tavolo anche questo capitolo, che da sempre vede l’Europa tra i soggetti più penalizzati? Ma è urgente uscire dagli schemi anche a livello nazionale. Preso atto delle difficoltà di cui sopra, sarebbe auspicabile non per forza un’alleanza, ma almeno un confronto di sostanza tra maggioranza e opposizione: la tentazione (e la sensazione) è quella di essere già in campagna elettorale. Ma visto quanto sta capitando, non se lo possono permettere né la pazienza né le tasche degli italiani: serve un guizzo, e il miracolo sarebbe un guizzo bipartisan.

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