I numeri del Pacchetto sicurezza: la paura in percentuale

Gli "instant poll" che hanno velocemente iniziato a circolare vengono rilanciati come fossero evidenze empiriche solide. Ma non è così. Non si tratta di negare l’esistenza di problemi reali nelle scuole o di minimizzare episodi gravi: si tratta di evitare che l’emotività sostituisca l’analisi
January 23, 2026
I numeri del Pacchetto sicurezza: la paura in percentuale
/Imagoeconomica
Nel dibattito che accompagna il nuovo “Pacchetto sicurezza” che il governo si appresta a portare in Parlamento a fare da sfondo alle misure annunciate, metal detector, controlli rafforzati, sorveglianza, c’è un coro di numeri che pretendono di parlare a nome dei cittadini, degli studenti, dei giovani. Percentuali precise, titoli efficaci e conclusioni nette. Peccato che, molto spesso, dell’origine di questi numeri non si sappia quasi nulla. I cosiddetti instant poll che hanno velocemente iniziato a circolare in questi giorni vengono rilanciati da diverse agenzie di stampa e quotidiani nazionali come se fossero evidenze empiriche solide. Ma basta scavare appena sotto la superficie per scoprire che non c’è nessuna scheda metodologica pubblica, i campioni sono indefiniti, i periodi di rilevazione vaghi e domande poste ai campioni, non meglio identificati, non sono dichiarate. Non si tratta di sondaggi nel senso proprio del termine, ma di rilevazioni opache che presto si trasformano in propaganda politica.
Un sondaggio non è mai un risultato isolato. È un processo che richiede trasparenza, perché senza informazioni su come i dati sono stati raccolti non è possibile valutarne la solidità e quindi il significato. Quando questi elementi mancano, il dato non informa, semplicemente persuade. E la persuasione, soprattutto quando si parla di sicurezza, non è neutrale. La sicurezza è un tema ad alta intensità emotiva, in cui la paura precede spesso la riflessione e l’urgenza prende il posto del giudizio.
Qui si innesta una responsabilità che non riguarda solo chi produce questi dati, ma anche chi li rilancia. Il giornalismo, quando rinuncia a chiedere conto delle fonti e delle metodologie, abdica alla propria funzione critica. Diventa un amplificatore di narrazioni già pronte. Si passa dal raccontare i fatti al costruire l’emergenza. Il rischio è evidente. Numeri non verificabili vengono usati per suggerire che “la maggioranza chiede più controllo”, che “gli studenti vogliono misure drastiche”, che “la società è pronta a rinunciare a qualcosa in nome della sicurezza”. Ma una democrazia matura non può permettersi di fondare scelte strutturali su dati che non possono essere controllati. Non possiamo permetterci di utilizzare la statistica come un dispositivo retorico, utile a legittimare decisioni già prese.
In questo senso, il pacchetto sicurezza non è solo un insieme di norme: è un test sul rapporto tra politica, informazione e paura. Quando la politica utilizza numeri fragili per rafforzare il proprio impianto narrativo, e l’informazione rinuncia a verificarli, si crea una convergenza pericolosa. La cronaca diventa paura, la paura diventa bisogno, l’urgenza diventa giustificazione e il consenso viene anticipato anziché costruito attraverso un confronto pubblico realmente informato.
Non si tratta di negare l’esistenza di problemi reali nelle scuole o di minimizzare episodi gravi. Si tratta di evitare che l’emotività sostituisca l’analisi e che dati sbagliati giustifichino scelte ideologiche. La sicurezza, se non è accompagnata da trasparenza e responsabilità nell’uso delle evidenze, rischia di trasformarsi in una scorciatoia politica. E i numeri, anziché illuminare il dibattito, finiscono per svolgere una funzione diversa: non spiegare ciò che accade, ma rendere accettabile ciò che si vuole fare, a prescindere. È qui che anche il giornalismo è chiamato a scegliere da che parte stare. Dalla parte della verifica o da quella dei clic.

© RIPRODUZIONE RISERVATA