Dono, confronto, perdono e morte: quattro lezioni di un santo “rischioso”
di Marco Erba
Il Poverello di Assisi è una figura concreta e provocatoria, capace di mettere in crisi certezze consolidate. E ci dice che la vita
è grazia; l’identità passa anche dall’incontro con
le opinioni che ci disturbano; la misericordia interrompe
la violenza; e una Sorella ci chiama al senso dell’esistenza

San Francesco è un personaggio rischioso. Rischia di affascinare, ma in modo superficiale. Rischia di essere citato a sproposito, ridotto a un santo irenico, ambientalista ante litteram, immerso nella natura mentre ammansisce lupi e parla con gli uccellini. Un santo perfetto per le canzoncine; che si guarda con simpatia, ma anche con un po’ di tenerezza: un modello da proporre, ma anche un ingenuo idealista; il mondo, si sa, va da un’altra parte. Ho scoperto davvero san Francesco da prof, insegnando letteratura italiana, dato che per molti proprio il santo di Assisi, con le Laudes creaturarum (il Cantico di Frate Sole ) è l’iniziatore della nostra letteratura. Da lì ho iniziato ad approfondire sempre di più la sua conoscenza. Francesco resta per me sempre un po’ sfuggente: la sua stessa vita è stata spesso raccontata in modo distorto. Ma, per quel poco che credo di conoscere di lui, lo ritengo un uomo di una concretezza spaventosa, che ha saputo come pochi altri prendere in mano fino in fondo il senso del vivere. La sua vita e le sue parole sono una provocazione potente: scuotono, mettono in crisi. Una crisi salutare.
Cosa può insegnare Francesco al mondo di oggi?
Cosa può insegnare Francesco al mondo di oggi?
Prima di tutto Francesco insegna, in un mondo ossessionato dal possesso, che la vita è dono. Mi colpisce sempre come il Cantico , che parla del Creato in modo così bello e luminoso, sia stato composto dopo una notte terribile: il santo era prostrato dai dolori fisici, quasi cieco; non poteva, insomma, godere direttamente di quel creato che le sue parole cantano. Ma il dono resta dono, per quello si può sempre celebrare come tale: anche se io non ne posso godere, resta dono per altri. Trovo tutto ciò di una potenza incredibile in un mondo in cui l’io prevale troppo spesso sul noi, dove la competitività rischia di essere un idolo, dove sei vincente oppure nessuno. Francesco propone una logica diversa: ringrazia Dio di ciò di cui gli altri possono godere, perché l’altro viene prima di me e questo atteggiamento paradossale può davvero generare un futuro nuovo.
In secondo luogo Francesco, in un’epoca di dibattiti polarizzati, di slogan manichei, di incapacità di ascolto delle opinioni dissonanti, insegna che l’incontro personale con l’altro concreto è ciò che conta di più. Nell’epoca delle crociate, Francesco va incontro al sultano Malik Al-Kamil, predica davanti a lui, viene accolto. Francesco accetta il confronto. Non rinuncia alla sua fede, anzi! Ma ci ricorda che la nostra identità passa per l’incontro col diverso, non lo esclude. Siamo chi siamo anche grazie alle opinioni che ci infastidiscono, che non capiamo. Sono proprio quelle opinioni stridenti, quelle prese di posizione dissonanti, a renderci persone capaci di coltivare più punti di domanda che punti esclamativi. Perché, come spesso dice don Paolo Alliata, sacerdote milanese e scrittore innamorato della letteratura, i punti esclamativi sono perentori, dritti, affilati come ghigliottine che tagliano, mentre il punto di domanda è curvo, accogliente, come il grembo di una donna che ospita una vita nuova.
Francesco insegna poi il perdono: parola, abusata, fraintesa, scambiata a volte per un’utopia, a volte per un sentimento melenso. Eppure Francesco nel Cantico lo scrive: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore». Il perdono rivela il volto di Dio. Il perdono non è solo un sentimento, è prima di tutto una scelta. È la scelta di interrompere la spirale dell’odio semplicemente fermandosi, non alimentandola, perché se si colpisce chi ci ha colpito, uscirne è impossibile. Nessuno fa mai la guerra per primo, nelle piccole e nelle grandi cose. La guerra è rispondere con la violenza e la forza a un torto subito (reale o presunto), il perdono è la capacità di guardare al futuro, invece che al passato. Se guardi al passato, c’è sempre qualcuno che ha colpito per primo e tu sarai sempre giustificato a rispondere. Se guardi al futuro, scopri che l’altro non è solo l’errore che ha compiuto, ma anche la sua possibilità di riscatto. Per questo il perdono si offre a prescindere: può essere accolto o meno, ma solo se è libero, se viene prima delle scuse ricevute, genera una logica diversa, apre opportunità di conversione. Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi , descrive mirabilmente questa dinamica: l’innominato viene accolto dal cardinale Federigo Borromeo prima ancora di essersi esplicitamente pentito; Renzo, nel lazzaretto, è chiamato da padre Cristoforo (un francescano!) a perdonare don Rodrigo prima di averne viste le miserevoli condizioni e prima di sapere se Lucia sia viva. Mi sembra superfluo sottolineare come questa logica sia straordinariamente rivoluzionaria in un mondo segnato da guerre senza fine, ma anche nelle nostre vite di piccole e meschine guerre,
C’è però un insegnamento finale di San Francesco, quello più sconvolgente di tutti: che la morte può essere sorella. Nel Cantico di Frate Sole Francesco la definisce proprio così: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare». È masochismo? Follia? La morte incappucciata con la falce, l’ultima nemica: come può la morte essere sorella? Io non lo so, non ho una risposta. La morte mi riempie di angoscia. Nel recente passato l’ho incontrata purtroppo più volte: la morte a trent’anni di un giovane a me molto caro, vittima di un assurdo incidente; la morte a cinquant’anni di una persona buona e generosa, a cui volevo molto bene, morta per un male incurabile. Queste morti mi hanno mandato in crisi. Poi, grazie a una serie di incontri, sono riuscito a tornare a Francesco: perché la morte può essere sorella?
Forse perché davvero nessuno di noi può scappare da lei e allora la morte ci mette di fronte allo specchio di chi siamo. Moriremo tutti nudi sulla nuda terra, come il santo di Assisi. Non porteremo nulla via di qui. Allora si torna alla logica del dono: o la vita è dono da ricevere e condividere, o viviamo nella logica del grazie, oppure la vita è accumulo e possesso, e allora viviamo nella logica dell’ansia, della perenne e incolmabile insoddisfazione. Solo donando tutto si vive davvero. Solo scoprendo i nostri desideri, le nostre passioni, e facendone un dono, possiamo essere felici. Ogni lavoro fatto con passione può essere un contributo al creato, una lode a Dio, un cantico. Ogni nostra azione, ogni nostra parola, può essere proiettile o carezza, violenza o cura. Solo donando tutto si vive davvero; è difficilissimo, lo so: Francesco non ci dà ricette e soluzioni facili; la sua testimonianza però è una strada da percorrere, una bussola che indica la via. La morte è sorella perché ci pone di fronte all’alternativa radicale: o nulla ha un senso, o davvero siamo avvolti da un Amore più grande. O siamo materia destinata a decomporci, o siamo dentro un respiro immenso e sfuggente, ma che aprendo gli occhi sulla realtà, in mezzo al dolore e alle contraddizioni, possiamo percepire e respirare a nostra volta. Forse è quel respiro che Padre Kolbe, un francescano, colse nel campo di Auschwitz, quando si sacrificò al posto di un padre di famiglia. Forse è da quel respiro che Chiara Corbella Petrillo, molto legata San Francesco e ai francescani, fu pervasa nei suoi ultimi giorni, nelle sue ultime ore di vita, morendo in pace a ventotto anni per un male incurabile e passando serenamente il testimone di questo dono tremendo e meraviglioso che è la vita a suo marito Enrico e a suo figlio. Suo figlio, che si chiama proprio Francesco.
Insegnante e scrittore
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