Cosa significa "educare" se si vuole prevenire il disagio nei giovani
di Vanna Iori
Bullismo, cyberbullismo, aumento dell’abuso di sostanze e dei coltelli sono il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi, solitudini, fragilità non riconosciute. Abbiamo bisogno di recuperare una genitorialità diffusa

Nell’emergenza emotiva che si manifesta nei comportamenti adolescenziali e giovanili ci sono criticità sociali, relazionali, gesti di aggressività e di violenza riportati quotidianamente dalla cronaca. Siamo di fronte a una ferita collettiva, che interroga profondamente il mondo adulto. L’aggressività che esplode tra adolescenti non nasce nel vuoto. Bullismo, cyberbullismo, aumento dell’abuso di sostanze e dei coltelli sono il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi, solitudini, fragilità non riconosciute che si traducono in gesti estremi, come quelli più recenti. È spesso un linguaggio disperato, quando le parole non sono state ascoltate, insegnate, accompagnate, quando le emozioni non hanno trovato tregua, quando la rabbia è rimasta senza argini. Molti dati presenti nelle ricerche sugli adolescenti (come quelle dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo), indicano vissuti di rabbia, depressione, paure, insicurezze, ma sono indicati anche molti sentimenti e gesti positivi, empatia, solidarietà, speranza che arricchiscono i vissuti giovanili. Le cronache e i media però parlano raramente delle positività. E certamente l’urgenza di intervenire e indicare quali azioni dobbiamo mettere in campo per prevenire il malessere e i conseguenti comportamenti ha bisogno di risposte efficaci nei nostri gesti, nelle parole, nelle azioni da attivare come singoli e come comunità.
Famiglia e scuola sono i luoghi prioritari in cui trasmettere protezione, ascolto, progettualità per il futuro. Ma servono investimenti, non slogan. Occorre una visione che metta al centro il diritto di crescere con fiducia, cioè investire in risorse stabili per la scuola e i servizi educativi, progetti di contrasto alla povertà educativa, centri di aggregazione, competenze educative efficaci. La sicurezza si costruisce con comunità educanti che si prendono cura: non basta aumentare repressione, sanzioni, divieti, controlli. Se mancano azioni di prevenzione e cura educativa fin dalla prima infanzia, non si fa che spostare il problema più avanti, rendendolo più grave, perché quando si manifestano i comportamenti che ci sconvolgono, è tardi! Ed è molto più difficile intervenire e recuperare le problematiche. Il passo basilare è costruire gli alfabeti dei sentimenti, insegnare le parole per dire ciò che si prova e cogliere il nesso con il comportamento che ne deriva.
Occorre poi incrementare la genitorialità diffusa, la comunità, la condivisione. Perché nelle famiglie, divenute sempre più piccole per la denatalità, è cresciuta l’insicurezza: i genitori misurano la loro «riuscita» dalla riuscita dei figli e queste elevate aspettative affossano la serenità nei figli, nelle relazioni con altre famiglie e con la scuola, servizi sociali, associazioni. Famiglie e scuole devono essere spazi in cui si possa parlare, luoghi in cui gli adulti siano presenze significative e affidabili nell’educazione affettiva, relazionale, civile: non solo controllori ma interlocutori capaci di offrire tempo, ascolto, racconti, empatia, solidarietà, amicizia, gesti dove il prendersi cura prevale. Oltre alla scuola e alla famiglia c’è poi il mondo informatico. Non possiamo certo ignorare l’importanza di educare ad un uso corretto, nei modi e nei tempi, degli strumenti della rete, affinché il web non si insinui nei vissuti e la realtà virtuale non condizioni la vita reale, sospingendo i giovani verso la violenza e verso una dipendenza che allontana dalle relazioni autentiche. Tra gli altri ambiti importanti su versante educativo e preventivo vi è l’accesso a opportunità di umanizzazione attraverso sport, cultura, socialità, apertura. Lo sport è occasione educativa se insegna a fare squadra (non tifoserie), a costruire rispetto reciproco, a fallire e ritentare E così il gioco, che non è una perdita di tempo, ma è pensare, è scoperta di sé, è condividere. Investire precocemente sull’educazione emotiva può avvalersi dunque di molte realtà, ruoli, persone per accompagnare relazioni positive di solidarietà e amicizia. Perché ogni volta che la violenza entra in una scuola, è un’intera comunità adulta che viene coinvolta nella responsabilità di fermare la brutalità o l’indifferenza e per non perdere la capacità di costruire la comunicazione «vera» della comunità educante.
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