C’è un legame tra i visi gonfi di Botox e le false verità di Trump
Dal trucco alla menzogna il passo è breve, se a farne le spese è la bellezza. Chi fa spudorata violenza all’armonia del proprio corpo e del proprio ambiente perderà la guida e finirà per precipitare nel vizio
Che cos’è un trucco? Un tentativo di far apparire qualcosa per quel che non è. Se ha successo, c’è ma non si vede. È un trucco lo spettacolo di un «mago» che sega in due una donna chiusa in una cassa e poi la rimette insieme. È un trucco la telefonata o l’email di una persona che si spaccia per l’Agenzia delle entrate, o la mia banca, o il mio editore, e mi chiede di aprire un sito infetto da chissà quali diabolici virus. Quando il trucco è applicato a un volto o a un corpo, perlopiù (ma non soltanto) femminile, ci si aspetterebbe lo stesso: che renda quel volto o quel corpo più gentile e aggraziato senza farsi notare, senza mettersi in mezzo. Ci sono sempre state eccezioni, beninteso: donne (e uomini) che hanno usato il trucco come gioco ostentato e provocatorio. Oggi, però, le eccezioni sembrano sul punto di varcare una soglia: di diventare una manifestazione, e uno strumento, di potere. La moda Mar-a-Lago è associata al circolo di collaboratori e simpatizzanti di Donald Trump. È una combinazione di chirurgia plastica (Botox, labbra gonfiate, sopracciglia, mascelle e zigomi rifatti, nuova dentatura) e pesante uso di cosmetici (fondo tinta, mascara, rossetto) che non ha nulla di nascosto o di implicito. Al contrario, intende presentarsi come vistosa ed evidente, per affermare una distinzione di censo (un primo intervento costa intorno a centomila dollari, ma per mantenere il look occorre investire due o tre volte tanto) e di convinzione politica (questo è l’aspetto gradito da Trump, quindi nell’assumerlo ci si dichiara a lui fedeli). Ne sono espressione signore come la first lady Melania e il ministro della giustizia Pam Bondi, ma anche maschietti come l’ex deputato della Florida Matt Gaetz, proposto nel 2024 come ministro da Trump (al posto che sarebbe poi andato a Bondi) ma ritiratosi (dalla candidatura e anche dal seggio parlamentare) in mezzo a vari scandali e azioni legali – e apparso un giorno con una faccia nuova di zecca.
Che cos’è una menzogna? Un tentativo di far passare per vero qualcosa di falso. Se ha successo, quel che è falso non sembra tale. È una menzogna il racconto di un marito fedifrago che dice di aver passato il fine settimana in una riunione d’affari. È una menzogna l’insistenza d’uno studente scansafatiche che ripete di aver fatto i compiti. Quando però Trump etichetta tutti gli stranieri clandestini come «criminali», mentre la grande maggioranza di loro è incensurata e contribuisce proficuamente all’economia del Paese, o quando la sua amministrazione asserisce che Renée Good stava cercando di travolgere le forze dell’ordine (si vede chiaramente che sta cercando di allontanarsi) o che Alex Pretti stava cercando di compiere un massacro (si vede chiaramente che, quando gli si spara, è immobilizzato e in condizioni di non nuocere), queste non sono menzogne: non vogliono ingannarci; vogliono sovrapporre con tracotanza un’altra verità a quella che è sotto gli occhi di tutti.
Devo identificare con precisione ciò che voglio dire. In un certo senso, nulla è nuovo sotto il sole. A Joseph Goebbels è spesso attribuita la frase «Una bugia ripetuta mille volte diventa la verità», che lui mai pronunciò ma sintetizzava correttamente la sua pratica, e qualche anno dopo George Orwell la rese proverbiale con la metafora del Newspeak. Sappiamo già dall’inizio del primo mandato di Trump (per bocca di un’altra tirapiedi) che i suoi messaggi deliranti sono basati su «fatti alternativi». E naturalmente ci sono sempre stati (l’ho ammesso) uomini e donne che hanno esagerato nel «trucco» riducendosi a maschere enfatiche e angosciose. Quel che mi colpisce, e che voglio comunicare, è una sotterranea sintonia fra questi due fenomeni. Per Immanuel Kant, il bello è simbolo del bene: un’immagine radiosa ci conforta, c’invita a pensare che la giustizia e la bontà siano possibili, che non siano estranee a questo mondo. Parallelamente, è forse vero che l’artificiosità, la volgarità, l’inespressività cercate deliberatamente, non come forme di protesta (molti grandi artisti lo hanno fatto) ma come sistema, come dimostrazione della propria capacità di dominio, siano un simbolo del male che in quel dominio s’incarna. L’estetica risuona con la morale. Platone sarebbe d’accordo (quei due geni vanno d’accordo più spesso di quanto non si ritenga): la bellezza è l’unica idea accessibile ai sensi, quindi l’unica guida alle virtù disponibile nello spaziotempo. È naturale credere allora che chi fa spudorata violenza all’armonia del proprio corpo (e, converrà aggiungere, del proprio ambiente) perderà quella guida e finirà per precipitare nel vizio.
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