Arrenderci al male? No: impariamo a sperare (rimboccandoci le maniche)
L'anno ha avuto un inizio difficile: eventi talmente negativi da generare rassegnazione. Ma tutti siamo responsabili. E serve un giornalismo costruttivo

Circola sul Web una vignetta, tanto simpatica quanto allarmante. Con fare circospetto, un uomo, attorniato da altre persone, spinge timidamente un bastone per aprire una porta, sulla quale campeggia la scritta “2026”. A dire: da un anno del genere possiamo solo aspettarci guai. In effetti, l’anno nuovo s’è aperto con due pessime notizie: la tragedia di Crans-Montana e l’attacco statunitense al Venezuela. Due eventi che, in forme diverse, hanno prodotto nell’opinione pubblica sgomento, inquietudine e rabbia. In un contesto del genere, anche quest’anno il quotidiano francese Libération ha mandato in stampa Libé des solutions, un’edizione speciale creata in collaborazione con l’Ong Reporters d’Espoirs (Giornalisti della speranza). A quanto pare l’iniziativa gode di ottima salute, se è vero che ha fatto registrare un +34% di vendite rispetto allo scorso anno e addirittura +38% rispetto ai precedenti. «Questo successo non è casuale – commenta Reporters d’Espoirs –. Dimostra che un giornalismo che tratta i problemi senza dimenticare le soluzioni non è solo una necessità democratica, ma anche un modello che funziona e piace ai lettori». Da parte sua, Alexandra Schwartzbrod, autrice dell’editoriale di presentazione del numero, così concludeva il suo pezzo: «Il futuro non è del tutto privo di speranza e, soprattutto, di soluzioni».
Resta il fatto che la cronaca di questi ultimi giorni ci sbatte in faccia eventi talmente negativi da generare rassegnazione, sfiducia e senso di impotenza. La decisione di Trump sul Venezuela, ad esempio, ha portato un giornalista saggio quale Domenico Quirico a porre sulla Stampa una domanda che mai avremmo pensato possibile: «Non vi pare che l’America, la nazione indispensabile, inizi a somigliare un po’ troppo allo Stato canaglia perfetto?». Non mi sfugge la gravità della situazione politica internazionale, inimmaginabile solo qualche anno fa. Il punto è che siamo davanti un bivio: arrenderci al male, cullarci nella comoda convinzione che «tanto non possiamo farci nulla», chiudere le finestre di casa e lasciare che il mondo fuori si arrangi. Oppure rimboccarci le maniche, forti della convinzione che «Hope is the power» («La speranza è potere»), come recitava il motto della campagna del quotidiano britannico Guardian di qualche anno fa, e come ci ha spronato a fare il Giubileo della speranza, che si chiude ufficialmente oggi.
Ciascuno di noi è responsabile, seppur in modo differente, di quel che accade sul pianeta Terra; ciascuno, nel suo piccolo, può fare la differenza e generare almeno un barlume di novità e di speranza. Ce l’ha ricordato papa Leone XIV con la benedizione “Urbi et Orbi”: «Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe». Ebbene: la responsabilità presuppone consapevolezza e quest’ultima richiede un’informazione adeguata, “capace di speranza”. Intendo una speranza “generativa”, così come la descrive la giornalista americana Rebecca Solnit: «La speranza non è come un biglietto della lotteria; è un’ascia con cui sfondare le porte in caso di emergenza. La speranza significa solo che un altro mondo è possibile. La speranza richiede azione; l’azione è impossibile senza speranza».
Ecco perché abbiamo bisogno come il pane di un giornalismo costruttivo, capace di ispirare, mobilitare le coscienze, offrire sommessamente soluzioni e non soltanto di denunciare a gran voce il male. Fortunatamente esperienze del genere sono in corso, non da oggi, in Danimarca come in Sudafrica, in Olanda come negli Usa. E pure in Italia esistono esempi illuminanti, che meriterebbero più attenzione. «Sforzarsi di guardare le cose in modo diverso aiuta», spiega Michel Becquembois, responsabile delle edizioni speciali di Libération. Vero: imparare a sperare è, in primis, adottare uno sguardo “altro”.
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