Aperti fuori, blindati dentro.
Il Turkmenistan e gli Stati-vetrina

Ashgabat si è dotata di un nuovo aeroporto, monumentale, per una capacità di 14 milioni di passeggeri all’anno. Richiama il turismo, ma la mano del regime resta pesante. Dall’Arabia Saudita agli EAU, dall’Egitto al Ruanda, 
i governi usano eventi e grandi opere per nascondere zone d’ombra o l’autoritarismo. Con la "particolarità" della Cina
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June 9, 2026
Aperti fuori, blindati dentro.
Il Turkmenistan e gli Stati-vetrina
L’aeroporto internazionale di Ashgabat, in Turkmenistan, inaugurato nel 2016 /Alamy
Marta Ottaviani
I più ottimisti la buttano sull’evocativo, spiegando che il Turkmenistan, una delle nazioni più impenetrabili al mondo, apre le sue porte al turismo. La verità è che, più che altro, intende aprirle agli affari. E per raggiungere questo obiettivo, deve rifarsi il look e apparire un po’ meno inospitale. La legge è stata approvata dal Parlamento, fortemente voluta dal presidente, Serdar Berdymukhamedov, in carica dal 2022 e figlio dell’ex presidente, Gurbanguly, al comando del Paese dal 2006 al 2022 e noto per il suo autoritarismo, le violazioni sistematiche dei diritti umani e l’aver trasformato il Turkmenistan in un luogo inaccessibile. La novità principale consiste nel fatto che il visto si può ottenere più facilmente. La lettera di invito è ancora necessaria, ma si ottiene con maggiore facilità attraverso agenzie di viaggio autorizzate dal governo. Ashgabat, la capitale, ha iniziato a invitare i primi influencer e ha permesso ad alcuni giornalisti di poter andare in giro “liberamente”, ossia sicuramente seguiti a distanza, ma almeno non scortati dalle autorità locali. La narrazione su cui si punta è quella del Paese non ancora preso d’assalto dall’ overtourism , pronto ad accogliere i turisti con le imponenti architetture della capitale, i siti archeologici, gli impressionanti crateri a gas di Darvaza e Avaza, la città che doveva diventare la “Dubai sul Caspio”, ma che oggi si distingue per hotel extralusso mezzi vuoti e il mare che si sta ritirando progressivamente.
Cose che capitano in un Paese che ha investito nella costruzione di vetrine, senza però portare avanti una vera apertura. Avaza non è l’unico caso. Nel 2016 Ashgabat si è dotata di un nuovo aeroporto, monumentale, con una capacità di 14 milioni di passeggeri all’anno, che possono arrivare fino a 17 milioni. Il tutto in un Paese la cui popolazione è di sei milioni di abitanti. Il traffico attuale è di 1,5 milioni di persone. Molto inferiore alle aspettative di un governo che, negli ultimi anni ha ospitato iniziative turistiche internazionali. Ma il clima all’interno del Turkmenistan non suggerisce quell’apertura che il presidente Berdymukhamedov vorrebbe fare credere. Dentro i confini è ancora una terra chiusa, con una società tenuta sotto stretto controllo dal regime. Internet è lento e fortemente censurato. Una misura che, secondo le autorità è necessaria per contrastare le idee dell’islamismo militante diffuse online in altri Paesi dell’Asia centrale, ma che di fatto ha contribuito a tagliare fuori i suoi abitanti. Non i più giovani, che con le tecnologie come i VPN riescono ad aggirare i blocchi e a utilizzare Instagram e TikTok, con il rischio di venire intercettati dalla polizia. Anche l’e-commerce, che è arrivato in ritardo di anni rispetto alle nazioni confinanti, è ancora molto vincolato alle leggi interne.
I l Turkmenistan, dunque, resta uno “Stato vetrina”. Ma ci sono molti altri Paesi che, grazie alla propria bellezza e alla propria cultura, sono riusciti a mettere in ombra i problemi di regimi autoritari, le violazioni sistematiche dei diritti umani, l’inosservanza del diritto internazionale. Possiamo dire che il turismo è il mezzo per eccellenza per operare vere e proprie operazioni di ripulitura dell’immagine all’estero. Una pratica resa ancora più efficace dallo sviluppo del turismo di massa e dal fatto che sempre più persone partono con una conoscenza troppo superficiale sul Paese che vanno a visitare, facendosi ammaliare ora dalle bellezze naturali, ora dalle città d’arte, ora dalla modernità. Anche per questo, Stati autoritari o semi-autoritari fanno sempre più a gara per aggiudicarsi grandi eventi sportivi e culturali e puntano su compagnie aeree dagli standard sempre più alti, resort e influencer, per deviare l’attenzione da quelli che sono i grandi nomi irrisolti. Il conflitto in corso fra Stati Uniti e Israele, da una parte, e Iran dall’altra, ha messo in parte in crisi il cosiddetto “modello Golfo”, ma, fino al 28 febbraio 2026, l’Arabia Saudita era l’esempio più calzante di questa strategia. Con Vision 2030 , Riad ha puntato sul turismo per diversificare la propria economia e farla dipendere meno dal petrolio, ma anche per migliorare la propria reputazione. L’apertura ai turisti internazionali è stata accompagnata da mega progetti sul Mar Rosso, eventi sportivi, resort di lusso. Investimenti che fanno impallidire il Turkmenistan, per il quale sono stati fonti di ispirazione.
Del resto, si parla degli Stati fra i più ricchi del mondo. Che hanno raggiunto l’obiettivo. Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita, con questo maquillage è riuscito ad oscurare il brutale omicidio di Jamal Khashoggi, i prigionieri politici e la guerra con lo Yemen. Il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti non sono rimasti a guardare. Dubai ha puntato su lusso ed eventi sportivi, oltre all’eccellenza di una delle compagnie aree più apprezzate al mondo. Abu Dhabi ha rilanciato, con l’apertura del Louvre, il Gran Premio di Formula 1 e la fama di Paese tollerante. Spostandosi leggermente a Ovest, si ritrovano gli stessi schemi. Perché l’Egitto è stato uno dei primi Paesi a utilizzare il suo immenso patrimonio storico e artistico: Piramidi, crociere sul Nilo, resort, l’apertura, nel 2025, del Grand Egyptian Museum, un complesso monumentale, che ospita oltre 100mila manufatti. Tutte meraviglie che hanno continuato ad attrarre milioni di turisti. In un Paese che però ha ancora molte risposte da dare in fatto di diritti. E, in particolare, sulla morte di Giulio Regeni, i cui esecutori e mandanti restano impuniti. Sempre in Africa, uno dei casi più interessanti è il Ruanda, che sta cercando di diffondere l’immagine di Paese sicuro, efficiente e green . Per farlo, si è avvalso della collaborazione dei maggiori club di calcio europei. Ha ospitato nel 2025 i Campionati del mondo di ciclismo su strada: una prima volta assoluta per il Continente. Su Kigali, però, continuano a pesare le accuse, gravissime, di repressione politica interna e il sostegno all’M23, un gruppo armato attivo nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
E poi la Cina. L’unico regime che attira un numero sempre maggiore di turisti senza nascondere minimamente la propria natura. Anzi. Negli ultimi anni, Pechino è riuscita a proiettare all’estero un’immagine di modernità e stabilità capace di far passare in secondo piano la natura autoritaria del sistema politico e il controllo maniacale sulla vita delle persone, che il Dragone rivende come efficienza e garanzia di sicurezza. Un obiettivo raggiunto anche attraverso campagne globali, la semplificazione dei visti e una narrazione che punta a sostituire nell’immaginario internazionale il tema della repressione con quello della modernità e dell’attrattività economica. Le grandi metropoli ultramoderne, i treni ad alta velocità, i quartieri futuristici e i siti storici diventano così elementi di una strategia più ampia di soft power : mostrare una Cina ordinata, avanzata e inevitabilmente centrale nel mondo contemporaneo. Con buona pace della repressione e della persecuzione delle minoranze. Ogni Paese si gioca la sua partita. Il problema rimangono i visitatori che si fanno incantare, troppo spesso senza alcun senso critico.

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