Puntare in alto per diventare umani

Il diritto a professare la religione che si è scelta
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June 7, 2026
Il significato della parola “religione” comprende diverse sfumature di senso. Fa riferimento in prima battuta all’atteggiamento religioso, che si caratterizza per la spiccata sensibilità interiore che diventa l’ambito di raccolta, di meditazione e di decisione che qualifica l’intera persona in relazione con il sacro e il divino. In una parola: la coscienza religiosa. L’altro significato rimanda al legame, al vincolo, all’unione tra l’umano e il divino.
La religione è l’esperienza grazie alla quale questo vincolo esistenziale si costituisce. Qui si rimanda anche alla dimensione pubblica della religione. È la religione per come appare incarnata sia nelle persone religiose sia nelle istituzioni che rappresentano ogni esperienza religiosa.
Il linguaggio normativo della Convenzione Onu concentra la sua attenzione sull’esercizio di un diritto soggettivo che deve essere tutelato. L’accento cade sulla rimozione degli ostacoli sociali e formali che impediscono l’esercizio personale e collettivo di tale diritto. Il rispetto formale e sostanziale di questo diritto vuole creare uno spazio di libertà personale e collettiva entro cui questa esperienza può realizzarsi. Non si tratta però di uno spazio neutro, astratto. Se la dimensione religiosa è inscritta nel Dna di ogni essere umano, perché ci sia la fede è indispensabile un incontro: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Deus caritas est, n.1).
I processi culturali che stiamo ancora attraversando affermano quasi d’autorità che l’esperienza religiosa non solo appartiene alla sfera soggettiva della persona ma che deve riguardare l’ambito privato della persona, definito per contrasto dallo spazio pubblico. Questa mentalità si immagina di poter creare artificialmente uno spazio sociale neutro rispetto alla dimensione religiosa. La religione è un diritto che si esercita privatamente. La religione, se c’è, te la tieni per te.
C’è forse sottotraccia l’idea che l’esercizio della libertà religiosa possa generare conflittualità problematiche e pericolose. La storia stessa in effetti ci attesta ampiamente questa eventualità. Come – anche in tempi recenti – ci presenta la facilità con cui la dimensione religiosa possa essere manipolata a fini politici e geopolitici. Il messaggio sembra quindi chiaro: la religione è un affare personale, è anche una cosa buona, ma non sempre; è anche una cosa problematica, una materia difficile da trattare. Mi sembra di scorgere in questa mentalità una prima obiezione alla religione che chiamerei obiezione storica: la religione è come un liquido infiammabile che va in qualche modo depotenziato privatizzandolo per renderlo innocuo nella sfera sociale. La religione è decisamente fastidiosa nel momento in cui afferma – e se non lo fa, mi chiedo a cosa serva – la sacralità e l’indisponibilità della vita umana. Detto in altri termini: la superiorità dell’uomo sulla tecnica.
Può suonare perfino strano associare nella stessa frase le parole religione, diritto e libertà. Siamo in un contesto culturale in cui pensiamo che tutti i diritti siano già acquisiti e garantiti una volta per sempre e che non abbiano bisogno di essere tutelati. Il rischio serio è di darli per scontati. Pensiamo che il diritto alla libertà religiosa sia addirittura qualcosa di superfluo. Semmai esiste il diritto alla libertà dalla religione. Viviamo in un contesto in cui il valore unanimemente riconosciuto alla libertà consiste nella possibilità di emanciparsi – se possibile da tutto e da tutti. Non si considera nemmeno che la libertà abbia significato e valore anche come decisione di vincolarsi. Quindi una libertà che fatica a essere costruttiva, a riconoscersi come relativa, che a malincuore accetta di dover dipendere – per esistere – da un “noi” che la precede e la rende possibile.
A questo proposito mi ricordo il modo con cui un adolescente ha descritto la sua esperienza a “Happiness” (un oratorio per adolescenti nel centro della città di Varese) disegnando una porta aperta dall'interno verso l'esterno: una porta che finalmente permette di uscire da una situazione soggettiva in cui ci si sentiva sequestrati. Una immagine potente di liberazione e di libertà. Quindi è possibile ideare e proporre ai ragazzi una vera esperienza di libertà, condizione essenziale per aprirsi alla dimensione religiosa della vita? A quali condizioni è possibile crescere nella libertà e nella fede?
L’oratorio ha maturato e consolidato nel corso di molti anni un metodo educativo specifico che chiamiamo animazione. Si tratta di un processo educativo complessivo, che abbraccia tutte le proposte, le esperienze e le attività dell’oratorio, dal gioco alla preghiera, dal servizio alla catechesi. Un metodo che mira alla liberazione della personalità dei bambini e dei ragazzi in almeno quattro direzioni.
La prima è la sensibilità. Il sentire, l’accendere l’attenzione attraverso l’attivazione dei sensi. Quindi l’animazione gioca innanzitutto sulla sensibilità dei ragazzi, liberando la loro capacità di capire e di sentire. Si apre qui una riflessione immensa sulla capacità che abbiamo oggi di leggerci in profondità, di riuscire a distinguere tra istinti, emozioni e sentimenti per camminare sul percorso che porta dagli istinti ai sentimenti. L’animazione libera i sensi. Aiuta i bambini e i ragazzi a sentire. La dimensione religiosa quindi è una esperienza che coinvolge l’interiorità, la consapevolezza di sé e dell’altro.
Il secondo aspetto è che l’animazione non si accontenta di stimolare la sensibilità – cosa invece che fa un metodo audiovisivo: io ti metto davanti a un film e sollecito la tua sensibilità, e provoco emozioni. Il metodo animativo cerca di attivare anche la capacità espressiva delle persone, quindi cerca di fare in modo che i bambini e i ragazzi imparino a esprimersi, diano forma a ciò che sentono. Si tratta di apprendere come diventare autori dei propri pensieri, di nominare i propri sentimenti, di dare ordine alle emozioni. La dimensione religiosa coinvolge il corpo, lo provoca a esprimere ciò che sente, lo orienta alla comunicazione e alla relazione.
La terza direzione su cui l’animazione lavora è la partecipazione. Non è mai il far fare qualcosa da soli ma è sempre legata a un fare, a un sentire e a un esprimersi con l’apporto degli altri. L’animazione quindi è un metodo educativo che lavora sulla qualità delle relazioni tra le persone: legami di fiducia, di stima, di disponibilità alla collaborazione e all’aiuto. Si tratta cioè di liberare le nostre relazioni da una visione utilitaristica e di convenienza, per entrare invece in una dimensione di vera gratuità e di dono di sé. La dimensione religiosa non è mai un fatto privato ma una reale esperienza di rinnovamento delle relazioni che ci costituiscono.
Infine, la quarta direzione dell’animazione è l’immaginazione, pensare a qualcosa di diverso e creare qualcosa di nuovo. Si tratta di liberare l’immaginazione personale e di gruppo, per intuire alternative responsabili a tante situazioni di vita che chiedono di essere aggiustate. Non consiste nell’evasione ma nell’approccio responsabile alla realtà. Così l’oratorio rimanda alla vita di ciascuno e di tutti perché sia vissuta con la virtù della speranza.
Perché facciamo animazione? Non per distrazione ma per crescere nella consapevolezza di sé e della realtà, per imparare ad attribuire dei significati alla vita e a vivere una libertà personale responsabile. È la religione come esperienza di trasformazione della realtà.
Sono le quattro condizioni educative su cui l’oratorio lavora con l’intento che i bambini, i ragazzi e i giovani scoprano la fede come esperienza di incontro e di libertà.

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