Adozione e affido, ma ora anche le “famiglie di appoggio”: come sta cambiando l'accoglienza di un figlio
di Rosa Rosnati
Milioni di bambini vivono in comunità residenziali e avrebbero bisogno di una casa e di genitori. Il fenomeno dell'accompagnamento “leggero”, dalle gite domenicali al pomeriggio al cinema. E un appello a riscoprire la generatività

L’adozione ha futuro o è una “specie” in via di estinzione, destinata a scomparire? Questo è uno dei tanti temi approfonditi del Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia di cui festeggiamo in questi giorni i 50 anni di attività in Università Cattolica. Riguardo alle adozioni internazionali, i numeri – come è noto – sono in drastico calo e sono passati da più di quattromila nel 2012 a poco più di 500 negli ultimi anni. Questa diminuzione potrebbe essere anche interpretata in modo positivo se non ci fosse più bisogno di ricorrere all’adozione, in Italia e nel mondo, e tutti bambini fossero collocati in un contesto familiare. Ma le evidenze vanno in senso contrario e indicano un aumento dei cosiddetti “out of home children”. L’Unicef stima 2,7 milioni di bambini che nel mondo vivono in strutture residenziali. Se restringiamo il focus al nostro contesto italiano, sono più di ventimila. E sappiamo che la prolungata istituzionalizzazione ha effetti negativi sullo sviluppo e sul benessere dei bambini, in quanto non può essere garantita quella cura personalizzata e continuativa h24 e 7/7 che un figlio richiede. E poi calano anche le coppie che si rendono disponibili all’adozione. In un contesto connotato da un drastico calo della natalità, alle coppie che desiderano avere un figlio si aprono numerose strade per fare un figlio “su misura” nei tempi e nei modi decisi dagli adulti stessi. E solo quando tutte queste strade sono state percorse senza successo, un numero residuale di queste coppie si affaccia all’adozione. Certo non è né semplice, né immediato rilanciare il progetto di genitorialità e trasformarlo in un progetto di adozione. E sono poche anche le famiglie disponibili ad accogliere un bambino in affido: i numeri sono ben al di sotto di quanto necessario per coprire il “fabbisogno”.
I bambini, tutti, hanno bisogno di famiglia. A ben vedere, i tempi e i modi dell’accoglienza familiare possono variare quanto a impegno, tempo dedicato e responsabilità. Possono andare dal “per sempre” dell’adozione al “a tempo” nell’affido, ma ci sono le forme più soft, magari part-time, per weekend e vacanze. E poi ci sono forme leggere, come le “famiglie di appoggio”, ovvero famiglie che dedicano del tempo a un bambino che rimane comunque collocato nella comunità educativa, e lo seguono magari per i compiti, lo ospitano qualche giorno, lo portano a teatro, al cinema, offrono cioè quelle esperienze che la comunità non riesce a garantire. In Spagna, ad esempio, si stanno facendo consistenti investimenti per diffondere le cosiddette “familias colaboradoras”, un progetto che prevede anche una valutazione e una preparazione iniziali e un monitoraggio nel tempo. I risultati sono sorprendenti: i bambini “accompagnati” manifestano meno problemi comportamentali, maggiore autostima, più capacità di fare progetti per il futuro. Hanno assaporato una cura personalizzata: svegliarsi la mattina e scegliere quali cereali prendere, avere qualcuno che ti insegna ad andare in bicicletta, o che ti accompagna a calcio ed è lì mentre fai il tuo primo goal. Sembra poco, ma è sufficiente per segnare le loro traiettorie di crescita.
Viene da chiedersi se le famiglie siano ancora in grado di aprirsi in modo generativo, anche poco, o se questa spinta alla generatività è del tutto annientata in un mondo di adulti sostanzialmente ripiegati su sé stessi e impauriti da un futuro visto a tinte fosche. Possiamo rilanciare la generatività familiare? Questo è il cuore della questione di cui si parlerà anche il 22 ottobre in Università Cattolica. Certo è che famiglie che vivono esperienze di accoglienza familiare, non di rado iniziate in modo occasionale e informale o per il passaparola di amici, sono concordi nell’evidenziare che, al di là del “format”, sono esperienze assai impegnative e al tempo stesso profondamente arricchenti. Quel poco o tanto che è stato donato, torna indietro, in modi inaspettati. Ccentuplicato.
Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia, Università Cattolica del Sacro Cuore
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