A caccia dell’arca perduta
In Turchia si scava alla ricerca dei resti della barca biblica di Noè, inseguiti da secoli

Da giorni, in Turchia, gli studiosi stanno esaminando una strana sagoma nel terreno che – vista dall’alto – sembra lo scafo di una barca. Non di una qualsiasi ma dell’arca di Noè. Dal Medioevo si vocifera che i resti della grande imbarcazione protagonista di famose pagine della Bibbia possano trovarsi proprio a Durupinar, un rilievo alto duemila metri a pochi chilometri dal monte Ararat, nella parte orientale della Turchia. A settembre un gruppo di ricercatori dell’università turca Cumhuriyet di Sivas – insieme all’organizzazione americana Noah’s Ark Scans impegnata da anni nel ritrovamento dell’arca – ha ottenuto le autorizzazioni dalle autorità per gli scavi e ha cominciato a perforare il terreno in corrispondenza della voragine che si estende per 157 metri. L’obiettivo è dimostrare, con analisi approfondite, che la cavità non è una formazione naturale di rocce e calcare come invece sostengono altri scienziati. Per ora gli scavi hanno scoperto uno strato duro che potrebbe essere il legno dell’arca trasformato in pietra. Ma è solo un’ipotesi: i campioni saranno esaminati da laboratori indipendenti che – entro la primavera – stabiliranno non solo il materiale raccolto ma anche da dove proviene, quanti anni ha e se apparteneva a una costruzione umana.
Le ricerche sull’altissimo onte Ararat
La storia di Noè si legge nel primo libro della Bibbia, la Genesi. Stanco di un’umanità diventata violenta e corrotta, Dio manda un diluvio sulla Terra ma affida a un uomo giusto di nome Noè il compito di salvare la propria famiglia e una coppia per ciascuna specie di animali con l’obiettivo di ripopolare il pianeta una volta concluse le piogge. Per questo il Signore ordina a Noè di costruire un’arca di 300 cubiti (circa 133-150 metri attuali) che – cessata l’inondazione – si ferma sui “monti di Ararat”, un’espressione che si riferiva a un’antica regione montuosa corrispondente al regno di Urartu, tra l’attuale Armenia e Turchia orientali. Con il passare dei secoli, però, quella vasta area ha iniziato a essere identificata soltanto con la sua cima più imponente: il Monte Ararat, la cui vetta supera i cinquemila metri. Non a caso il luogo delle ricerche dell’arca si trova nelle vicinanze: a rendere famosa la località (e a darle il nome) fu, nel 1959, l’ufficiale turco Ilhan Durupinar che, osservando alcune foto scattate dall’alto, notò sul terreno una sagoma allungata simile allo scafo di una nave. Le prime indagini cominciarono nel 1977 e durarono vent’anni e da allora la strana cavità ha attirato ipotesi e discussioni.
Carbonio e cavità fanno sperare
Per guardare sotto il terreno i ricercatori usano il georadar, uno strumento che invia segnali nel suolo e registra come tornano indietro. Poi si passa ai carotaggi: una macchina estrae dal terreno campioni lunghi e stretti da studiare in laboratorio. Nei fori è stato calato anche Gopher, un piccolo robot con telecamera. Il radar ha individuato cavità e angoli retti compatibili con stanze interne; mentre nel terreno ci sarebbe il 40% di carbonio in più rispetto alla zona: un indizio della presenza di legno antico. O forse – semplicemente ¬– di certi minerali e piante.
Ma i geologi dicono: è solo roccia
Una comune struttura geologica: a questa conclusione arrivarono, nel 1996, Lorence Collins e David Fasold che studiarono la presunta arca. Secondo gli scienziati la Bibbia c’entra poco: gli strati di roccia in quel punto si sono piegati per i movimenti della crosta terreste, l’erosione li ha consumati e così ha scolpito un profilo simile a una barca, mentre una frana ha aggiunto fango e detriti intorno. I nuovi scavi potrebbero mettere in discussione questa tesi; intanto alcuni notano che cavalcare il mito dell’arca è un buon modo per raccogliere fondi e vendere costosi tour sul posto.
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