L'amore, forse: perché i giovani non sognano più la coppia come orizzonte di vita
di Matteo Lancini
Dai desideri alla sessualità fino ai tradizionali riti di passaggio, tutto (o quasi) è stato risucchiato dai paradigmi di una società più preoccupata di evitare le emozioni dei giovani che di gestirle. L’ultimo libro-denuncia dello psicoterapeuta Matteo Lancini

Che cosa succede all’amore quando il desiderio di intimità convive con la paura di essere feriti, invasi, abbandonati? In A volte ti amo (Einaudi, 141 pp.), Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, docente e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, esplora la fragilità delle relazioni nel mondo degli adolescenti e dei giovani adulti: l’amore, il sesso, l’amicizia, la coppia, il difficile equilibrio tra il bisogno dell’altro e l’angoscia di finire col dipenderne. Una paura che, secondo Lancini, ha radici anche nel modo in cui ragazze e ragazzi sono stati amati e accompagnati dagli adulti. «Mettersi in una condizione di intimità con l’altro può rappresentare una minaccia per la tenuta dei propri confini identitari» scrive. E così, proprio mentre cresce il desiderio di essere visti e riconosciuti, diventa più difficile esporsi davvero.
Sembra piuttosto evidente che non è mai esistita una generazione di adulti così propensa a dare spazio alla propria realizzazione individuale e sociale. Adulti che ascoltano molto di più che in passato ma a patto che i propri figli e studenti parlino secondo le tempistiche risicate messe loro a disposizione, cioè nei pochi minuti e spazi quotidiani di disponibilità adulta. Ma, soprattutto, adulti talmente fragili da non poter tollerare l’espressione delle emozioni primarie da parte dei bambini e degli adolescenti, con una particolare allergia per quelle che più infastidiscono e preoccupano, cioè la tristezza, la paura e la rabbia. Una trama affettiva profonda che chiede di non disturbare il conducente. Una richiesta implicita che tacita i bisogni emotivi e le esigenze espressive più autentiche delle nuove generazioni sin dalla più tenera età, ma che sostiene con forza che la sofferenza giovanile dipenderebbe dal fatto che li abbiamo protetti troppo dal dolore, dagli inciampi e dalle frustrazioni. La verità è che i bambini e gli adolescenti oggi sono costretti a stare in superficie perché la profondità e l’intensità delle emozioni della vita che vivono disturbano enormemente i propri adulti di riferimento – i quali poi accusano le nuove generazioni di anestesia emotiva. A me sembra che il dolore abbia abitato la vita delle nuove generazioni esattamente come accadeva a quelle del passato, ma che abbiano dovuto farci sentire che non lo provavano, che andava tutto bene, che non avevano bisogno di accudimenti particolari. Siamo stati noi a chiedere loro di proteggerci dal loro dolore e dalle nostre frustrazioni, di non farci provare sensi di inadeguatezza o di costringerci a sperimentare emozioni fastidiose. Alcune delle quali, capaci di riaprire nostre antiche ferite dell’infanzia e dell’adolescenza. I nostri figli e le nostre figlie non ci parlano non perché ci temono, come capitava a noi, con i nostri padri autoritari e autorevoli: non ci parlano perché hanno paura che la cosa che sentono (tristezza, paura e rabbia, sempre quelle) ci preoccuperà, e chissà come ci dispiacerà e chissà in che modo gli faremo capire che non è vero ciò che provano, perché non siamo in grado di accettare che sperimentino sentimenti che ci disturbano. «A differenza degli adolescenti che incontravamo pochi anni fa, – scrive Loredana Cirillo in Soffrire di adolescenza, riferendosi al lavoro condotto dal Minotauro, – quelli attuali non sono stati necessariamente impreziositi e teneramente rispecchiati, ma abituati a non riporre troppa fiducia nella dipendenza dai legami affettivi, oltre a non poter esprimere i sentimenti negativi».
Eccoci: diffidare dalla dipendenza affettiva. L’incontro con il funzionamento e la sofferenza delle nuove generazioni di adolescenti e giovani adulti ci costringe a porre fine alla narrazione di un’infanzia caratterizzata dal plusmaterno, dall’eccedenza del codice materno a discapito di quello paterno. La voce che ha orientato in modo significativo la psicologia e la psicoterapia evolutiva psicoanalitica degli ultimi decenni si è trasformata in un canto delle sirene. In realtà, mentre cercavamo il padre è mancata la madre. Intendo il codice materno, come funzione. Non sto evocando in alcun modo il ritorno della donna-madre al focolare domestico né richiamando sulla scena la dedizione sacrificale nei riguardi del piccolo cucciolo d’uomo. Mi riferisco alla funzione materna come capacità di accudimento e riconoscimento dei bisogni dell’altro in senso ampio, anche di accogliere le emozioni più negative, di tollerare la fragilità, di contenere l’angoscia, di trasformare il sentire nel pensabile, di garantire il legame. E soprattutto di dare valore alla dipendenza umana. In questo vuoto di funzione materna, in questa svalutazione della dipendenza, avviare, costruire e affrontare un rapporto di coppia ha a che fare con trame affettive e relazionali molto diverse dal passato. Siamo in presenza di galatei del tutto differenti rispetto a quelli propri dell’epoca romantica tradizionale ma anche dissimili rispetto a quelli che hanno caratterizzato l’epoca degli ideali narcisistici.
Relazione di coppia vs progetto individuale
Cominciamo a riflettere intanto sulle rilevanti novità prodotte dal paradigma narcisistico. Non solo il legame di coppia è diventato sempre più facile da disdire, ma il senso stesso di una prospettiva di coppia si è decisamente modificato. A testimonianza ci sono i dati sull’aumento dei divorzi e il calo progressivo, e sempre più significativo, del numero dei matrimoni a favore delle convivenze. Ma anche la crescita dei single, che ha portato all’affermazione di una nuova forma di esistenza nucleare, caratterizzata da solitudine abitativa, che viene ormai definita «famiglia unipersonale». Siamo in presenza di un progressivo processo di individualizzazione della famiglia, cioè del venir meno dell’idea di una famiglia intesa come coabitazione e condivisione del quotidiano da parte di più individui. Al punto che, se fino agli anni Settanta la famiglia composta da una persona era sempre sotto il 15 per cento, gradualmente si è arrivati a una media di 33 famiglie su 100 nel corso degli anni Venti del nostro secolo, e in prospettiva il numero delle famiglie unipersonali è destinato a crescere. Un altro cambiamento significativo riguarda i compiti evolutivi della fase postadolescenziale, ormai chiamata giovane età adulta. Negli ultimi decenni, l’assunzione di un ruolo sociale, sostenuto da un proprio progetto individuale all’interno della società in cui si vive, è diventato il principale organizzatore psichico del soggetto che attraversa questa fase dello sviluppo. Fino a pochi decenni fa, nella prospettiva evolutiva di stampo psicoanalitico, il passaggio dalla fase adolescenziale a quella del giovane adulto veniva valutato prevalentemente in relazione alla capacità di amare l’altro, di promuovere e mantenere una relazione di coppia stabile e matura, orientata verso un progetto di famiglia. Questo era il compito evolutivo cruciale: quello che marcava più di ogni altro la fase di passaggio. L’incapacità di evolvere in tale direzione e la difficoltà nell’acquisire le competenze individuali e relazionali necessarie all’assunzione di questa posizione rappresentavano la manifestazione sintomatica di un disagio. Segnalavano la sussistenza di un debito ancora aperto nei riguardi della propria infanzia e adolescenza.
Per intenderci: assimilare e sviluppare la capacità di amare in modo più maturo, intesa come tensione a trasformare il legame da narcisistico, cioè gratificante per sé, a reciproco, rappresentava la tappa maturativa fondante la fase di sviluppo del giovane adulto. Diventare adulti tout court voleva dire non essere più alla ricerca esclusiva di un rispecchiamento ma piuttosto aspirare alla costituzione di una relazione di scambio, e potenzialmente generativa. Oppure decisamente generativa se risaliamo indietro nel tempo, peraltro in un’epoca non troppo lontana, quando erano ancora netti i riferimenti alla rinuncia alla bisessualità onnipotente infantile come passaggio di maturazione psichica necessario per orientarsi verso il debutto sessuale e poi la costituzione di una coppia eterosessuale.
Negli ultimi anni, il riconoscimento delle distinzioni tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale insieme alle importanti trasformazioni che hanno stravolto i modelli culturali e sociali hanno consentito l’affermarsi di definizioni e declinazioni identitarie sempre più varie. Già da diverso tempo, gli orientamenti omosessuali e bisessuali non rappresentano né una devianza né una perversione. Mentre la fluidità generazionale costituisce una nuova normalità, se non una forma di adattamento a un contesto sociale caratterizzato dall’incertezza e da rapidi e continui mutamenti, piuttosto che una vera e propria mancata rinuncia alla bisessualità onnipotente infantile. Oggi, dunque, nei percorsi identitari sempre più numerosi e metamorfici, il principale organizzatore psichico del giovane adulto è il progetto individuale, la realizzazione di sé attraverso l’assunzione di un proprio ruolo sociale. Conta soprattutto il Sé, non più la costruzione di una coppia stabile e generativa, la quale ormai è percepita e vissuta in larga misura come una possibilità, un’opzione percorribile, e non come una tappa maturativa obbligatoria. Del resto sono sfumate anche le altre tappe, i cosiddetti «riti di passaggio», che in passato sancivano gli snodi della crescita e della maturazione individuale tra l’infanzia e l’adultità.
Il debutto nella sessualità, innanzitutto, ha perso le valenze straordinarie del passato, quando era considerato lo spartiacque tra un prima e un dopo. Ormai l’iniziazione sessuale adolescenziale è molto più sfumata e progressiva. Il primo rapporto sessuale è un obiettivo desiderato e ambito non più in maniera così spasmodica: oggi – registra una recente ricerca del Censis sui costumi sessuali degli italiani – avviene prima dei 18 anni solo per circa il 30 per cento dei ragazzi, mentre trent’anni fa era quasi il 50, cioè i giovani maschi italiani sono diventati, nell’arco di una generazione, meno precoci. In molti casi, raccontano diversi adolescenti di entrambi i sessi, si tratta di una sperimentazione spesso piacevole, motivata anche dalla volontà di sentirsi evolutivamente alla pari con coloro che, tra le proprie amiche o i propri amici più intimi, hanno già affrontato l’esperienza dell’esordio. Un’avventura gradevole ma anche una pratica facile da archiviare. In maniera abbastanza generalizzata quindi i ragazzi non hanno più l’ossessione del sesso. E a seguire è svanita anche l’ossessione per il motorino: ambita soglia di autonomia e simbolo di indipendenza e libertà per gli adolescenti degli ultimi decenni del Novecento.
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