Tavoli di crisi e autunno caldo
di Redazione
Per il Mimit le vertenze sono in calo: da 55 a 37 dall'inizio della legislatura. Invece per la Uilm sono passate da 52 a 76 in due anni

Dall'acciaio all'auto, dall'elettrodomestico alle telecomunicazioni, le vertenze in alcuni casi - come l'ex Ilva di Taranto - durano da oltre un decennio, in altri casi tornano ad acuirsi dopo che sembravano risolte. È questo il caso di Electrolux con cui è in corso la trattativa per scongiurare il piano shock annunciato a maggio, con 1.700 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d'Esi. Una storia che sembra un ritorno al 2014, quando il gruppo di elettrodomestici aveva presentato un altro piano di forte ridimensionamento, ritirato dopo mesi di negoziati e lotte sindacali grazie a un accordo istituzionale.
Dall’inizio della legislatura a oggi - secondo il Mimit-Ministero delle Imprese e del Made in Italy - i tavoli attivi sono passati da 55 a 37 e i lavoratori a rischio si sono ridotti da 70mila a poco meno di 30mila. «I numeri dimostrano che la strategia del governo sta dando risultati concreti - ha spiegato il ministro Adolfo Urso -. Abbiamo ridotto il numero delle crisi aperte, diminuito i lavoratori coinvolti e rafforzato il monitoraggio degli accordi, perché il nostro compito non si esaurisce con la firma di un'intesa, ma prosegue fino alla sua piena attuazione. Un risultato che conferma l'efficacia del metodo adottato dal Mimit, fondato sul dialogo tra le parti e sulla ricerca di soluzioni condivise e sostenibili, capace di trasformare le crisi in opportunità di rilancio, salvaguardando occupazione, stabilimenti e capacità produttiva».
Parallelamente cresce l'attività di monitoraggio delle vertenze concluse: i tavoli dedicati sono passati da 33 a 46. Dall'inizio dell'anno sono state inoltre raggiunte 16 nuove intese tra le parti, che hanno consentito complessivamente di salvaguardare tutti gli stabilimenti e oltre 11mila posti di lavoro. Tra gli accordi conclusi positivamente nei primi mesi dell’anno figurano quelli siglati per Kasanova, Original Marines, AC Boilers, Hiab, PMC e Brose.
Mentre per il segretario generale della Uilm Davide Sperti, «i tavoli di crisi aperti sono passati da 52 nell'estate del 2024 a 76 oggi: un aumento del 46% in appena due anni. Se consideriamo l'ultimo anno sono aumentati del 13% e il 62% riguarda imprese metalmeccaniche, per oltre 50mila lavoratori direttamente coinvolti, senza nemmeno l'indotto. Sono numeri drammatici, che raccontano un'emergenza industriale che non può più essere affrontata per compartimenti stagni».
«L'acciaio prodotto dall'ex Ilva serve all'automotive, all'elettrodomestico, alla meccanica. Se manca una siderurgia competitiva, se l'energia costa il doppio rispetto ai nostri concorrenti europei e se le regole comunitarie continuano a penalizzare la produzione, è inevitabile che aumentino le crisi industriali. È questo il filo che lega vertenze apparentemente diverse - aggiunge Sperti -. Dall'ex Ilva a Electrolux, dall'automotive alle telecomunicazioni, i problemi hanno una radice comune: la mancanza di una politica industriale, italiana ed europea. In Italia, da troppo tempo si aprono tavoli quando le aziende sono già in difficoltà, invece di costruire le condizioni per evitarne il declino. È un approccio che non basta, perché non risolve i problemi e i numeri lo dimostrano. Serve il coraggio di affrontare la complessità. Le crisi industriali non si risolvono una alla volta e non si affrontano con risposte semplici. Occorre una politica industriale che tenga insieme competitività, transizione, occupazione e coesione sociale».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 




