Il "silenzio" nei luoghi di lavoro: un rischio nascosto
Uno studio su oltre 100mila lavoratori americani evidenzia che il 34% dei dipendenti non parla per paura di ritorsioni

Il silenzio nei luoghi di lavoro è un fenomeno diffuso e misurabile. Diverse ricerche mostrano che una quota significativa di persone evita di esporsi, anche quando osserva problemi o criticità. Uno studio su oltre 100mila lavoratori americani evidenzia che il 34% dei dipendenti non parla per paura di ritorsioni (DecisionWise, 2021). Altri dati confermano questa tendenza: nei Paesi nordici fino a circa il 50% dichiara che esporsi può mettere a rischio la propria posizione (Nordic Business Ethics Survey, 2024), mentre circa il 30% dei dipendenti non percepisce sicurezza psicologica, condizione che rende più probabile il silenzio (Perceptyx, 2025).
Il timore di conseguenze negative emerge come fattore centrale: il 43% dei lavoratori teme ritorsioni se segnala problemi (Corporate Compliance Insights, 2024). A questo si aggiunge un elemento di disillusione: il 35% ritiene che parlare non serva a nulla, perché non produce cambiamenti (Institute of Business Ethics, 2024). Non si tratta solo di percezioni. Tra chi si espone, circa il 46% riporta conseguenze negative e circa il 28% non segnala comportamenti scorretti pur avendoli osservati (Institute of Business Ethics, 2023).
Le ricerche evidenziano anche un divario tra livelli organizzativi: la sicurezza psicologica è percepita dall’87% degli executive, ma solo dal 69% dei collaboratori (Perceptyx, 2025). Chi è più vicino ai problemi percepisce quindi un rischio maggiore nel parlare. Gli effetti sono sistemici: circa l’85% dei dipendenti trattiene informazioni, dubbi o preoccupazioni su problemi organizzativi (Detert & Edmondson, 2016) e la numerosa letteratura sulla sicurezza psicologica dimostra che la mancanza di sicurezza nel parlare e segnalare problemi aumenta significativamente l’intenzione di lasciare l’organizzazione.
«Il silenzio - spiega Marina Capizzi, consulente di evoluzione organizzativa e autrice di Non morire di gerarchia - non è un comportamento marginale, ma una variabile che incide direttamente sulla qualità delle decisioni e sulla sostenibilità delle organizzazioni. Ma non esiste un solo silenzio. Le forme che assume nascono da motivazioni diverse e producono effetti profondamente differenti sui contesti di lavoro».
Il silenzio difensivo è guidato dalla paura: le persone si proteggono evitando di esporsi. In questi contesti, l’attenzione si sposta dal lavoro alla gestione del rischio personale. Si parla meno, si espone meno, si sperimenta meno. Gli errori non emergono, le criticità restano latenti, i segnali deboli vengono ignorati. Si crea così un ambiente apparentemente ordinato ma in realtà fragile, perché le decisioni si basano su informazioni incomplete e il sistema perde capacità di apprendere.
Il silenzio acquiescente nasce dalla rassegnazione: si tace perché si ritiene inutile parlare. Qui non prevale la paura, ma la perdita di fiducia nell’efficacia del proprio contributo. Le persone eseguono, ma non partecipano. Il lavoro diventa adempimento, non costruzione. Questo genera contesti statici, poco responsabili, in cui l’iniziativa si riduce e l’energia si abbassa. Le organizzazioni funzionano per inerzia, ma faticano a evolvere.
Il silenzio relazionale è orientato a proteggere gli altri: si evita di esporre colleghi o superiori per non creare tensioni. Il risultato è un equilibrio fragile, fondato sull’evitamento del conflitto. Le relazioni appaiono armoniose, ma sono poco autentiche. I problemi circolano informalmente ma non vengono portati nei luoghi in cui si decide. Questo genera contesti opachi, in cui la fiducia è più apparente che reale e le criticità si accumulano nel tempo.
Il silenzio opportunistico risponde a un calcolo individuale: le informazioni vengono trattenute per mantenere un vantaggio o evitare responsabilità. In questi contesti, il sapere diventa una risorsa da gestire in modo selettivo. La collaborazione si indebolisce, le persone lavorano per proteggere la propria posizione più che per il risultato comune. Si creano dinamiche competitive che frammentano l’organizzazione e riducono la qualità del coordinamento.
Come possiamo intervenire? «La prima mossa consiste nel coltivare la sicurezza psicologica, quell’elemento del clima dei luoghi di lavoro che stimola le persone a contribuire al miglioramento delle attività e dei risultati. La sicurezza psicologica, infatti, agisce su un punto decisivo: modifica il rapporto tra rischio e utilità del parlare. Quando le persone non temono conseguenze negative, il silenzio difensivo si riduce e lascia spazio alla partecipazione. Quando vedono che il proprio contributo ha effetti, il silenzio acquiescente si trasforma in iniziativa. Quando il confronto è legittimato, il silenzio relazionale evolve in trasparenza. Quando il contesto premia il contributo e non la difesa della posizione, il silenzio opportunistico perde convenienza. Dove è presente la sicurezza psicologica, le persone non devono scegliere tra proteggersi ed esporsi: possono contribuire. E questo trasforma i contesti di lavoro, rendendoli più aperti, responsabili e capaci di apprendere. non è un comportamento marginale, ma una variabile che incide direttamente sulla qualità delle decisioni e sulla sostenibilità delle organizzazioni», conclude Capizzi.
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