L’urto e il rispetto

di Simona Sinesi
Dal fenomeno giapponese del butsukari alla scuola come spazio di educazione alla convivenza: un gesto minimo di aggressione diventa la metafora di una società che rischia di vedere nell’altro un ostacolo.
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March 24, 2026
L’urto e il rispetto

Tokyo. All’incrocio di Shibuya — il più trafficato del mondo — una donna, con un gesto quasi impercettibile ma deliberato, fa cadere una bambina sconosciuta e prosegue oltre. La piccola non riporta gravi conseguenze, ma l’episodio riapre il dibattito sul butsukari: il fenomeno per cui alcune persone trasformano consapevolmente l’altro in un ostacolo e, con un gesto minimo, cercano di rimuoverlo dal proprio percorso.
La scena colpisce proprio perché non mostra una violenza eclatante, ma una forma quasi normalizzata di aggressione. Un gesto minimo, appena visibile, che lascia emergere qualcosa di più profondo e che può diventare metafora del nostro tempo: una società in cui pressione, fretta e saturazione rischiano di trasformare l’altro in intralcio o, peggio, in bersaglio su cui scaricare rabbia e frustrazione. Chi ci passa accanto non è più presenza, ma ingombro; non è più volto, ma semplice traiettoria che interferisce con la nostra.
Quando questo accade, il deterioramento non si manifesta soltanto nei grandi conflitti, ma nei dettagli: nel linguaggio pubblico, nelle relazioni sociali, nei social network, nelle forme quotidiane di disprezzo. Prima arriva l’urto fisico, poi quello verbale, poi quello simbolico. Cambia il mezzo, non la logica: l’altro non è qualcuno da incontrare, ma qualcosa da superare.
Qui il “connecting the dots” consiste nel mettere in relazione il butsukari con il suo possibile antidoto: il potere dell’educazione. La Folkeskole, la scuola pubblica danese e il metodo Montessori mostrano, in modi diversi, che il riconoscimento dell’altro non nasce spontaneamente: si costruisce. Da una parte la folla come luogo di collisione, dove la saturazione emotiva porta a ridurre il prossimo a ingombro; dall’altra la scuola come spazio in cui, per scelta culturale e istituzionale, si educano partecipazione, responsabilità condivisa e democrazia. Il vero tema, allora, non è soltanto la sicurezza nelle città, ma la cura del legame umano.
La Folkeskole non si fonda sulla selezione precoce, ma su un percorso comune di crescita. L’idea che la sostiene è chiara: la scuola deve trasmettere conoscenze e competenze, ma anche preparare gli alunni alla partecipazione, all’assunzione di responsabilità condivise, alla comprensione dei propri diritti e dei propri doveri dentro una società libera e democratica.
In altre parole, un’educazione orientata sì all’istruzione, ma con la finalità più ampia di formare persone capaci di vivere appieno la democrazia.
In Danimarca, anche la valutazione del percorso scolastico segue la stessa logica. Esistono test e strumenti obbligatori, ma gli esami finali arrivano solo al termine del nono anno di studi. Il loro scopo non è classificare precocemente gli studenti, bensì accompagnare il percorso di ciascuno, intercettarne bisogni e difficoltà e attivare in tempo i supporti
necessari. La pressione selettiva entra dunque in gioco più tardi, e comunque all’interno di un impianto che privilegia la crescita complessiva della persona più della sua etichettatura.
Dentro questa cornice di educazione pubblica, il Metodo Montessori aggiunge un secondo tassello. Non una teoria astratta, ma una pratica educativa fondata su preparazione, libertà entro limiti, autodisciplina, responsabilità e rispetto dell’altro. In questo senso, Montessori mostra come il rapporto con l’altro possa essere educato nella concretezza quotidiana dei gesti, dei tempi e degli spazi.
Se l’episodio di Tokyo mostra che cosa accade quando il legame sociale si incrina, l’approccio danese e il Metodo Montessori mostrano, su due piani diversi ma convergenti, come quel legame possa invece essere coltivato. Il primo sul piano istituzionale, facendo della formazione democratica una parte esplicita della missione della scuola pubblica; il secondo sul piano pedagogico, traducendo questa visione in un’educazione quotidiana all’autonomia, al limite e alla responsabilità.
Il punto, naturalmente, non è indicare nella Folkeskole e nel Metodo Montessori come modelli perfetti da imitare ma è ricordare che ogni società, in modo esplicito o implicito, forgia il modo in cui i cittadini guardano gli altri, reagiscono alla frustrazione, abitano la convivenza. Se si allenano soltanto prestazione, velocità, adattamento e competizione, si rischia di produrre individui magari efficienti, ma più fragili nelle relazioni. Se invece si include nella missione educativa il riconoscimento reciproco, si pongono i semi di una società civile più solida.
La qualità di una comunità si misura da ciò che riesce a coltiva: sguardi, gesti, soglie di tolleranza, capacità di contenere la frustrazione.
Resta, allora, una domanda di fondo: vogliamo una società che finisca per vedere nell’altro un ostacolo o una che sappia riconoscerlo come risorsa?

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