È il momento del “nearshoring”: così l'Est fa incetta di investimenti
di Giovanni Maria Del Re, Vienna
Di fronte alle crescenti difficoltà geopolitica e di navigazione, molte imprese scelgono Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania come centri per l’export dei propri prodotti verso il ricco Ovest

Lo chiamano nearshoring. Di fronte alle crescenti tensioni geopolitiche, conflitti, la chiusura dello Stretto di Hormuz, gli attacchi Houthi nel Mar Rosso, è un fenomeno che si sta sempre più diffondendo soprattutto a partire dal 2020, anno della pandemia. Il principio è chiaro: anziché continuare a delocalizzare (offshoring) in territori remoti, trovandosi poi ad affrontare crescenti problemi e difficoltà per spostare i prodotti verso i mercati finali, sempre più imprese cercano Paesi convenienti dal punto di vista dei costi ma molto più vicini ai mercati finali, come la ricca Europa occidentale. O, se si parla di aziende Usa o asiatiche, la ricerca in cui collocare impianti di produzione, ricerca e sviluppo, dati, o stoccaggio a poche ore di camion dalla Germania o dall’Italia.
Per il Vecchio Continente il fenomeno sta beneficiando anzitutto una regione: l’Europa centro-orientale. In primis la Polonia, ma anche Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, con un focus soprattutto (ma non solo) sull’hightech. «Grazie alla sua collocazione strategica – afferma Piotr Szalkiewicz, uno dei dirigenti della società di logistica internazionale di base polacca Rohlis Suus Logistic – le infrastrutture avanzate di logistica e una densa rete di trasporti, l’Europa centro-orientale serve ormai da hub paneuropeo di distribuzione, consentendo consegne efficienti in tutto il continente, dalla Scandinavia all’Europa Occidentale e meridionale (Francia, Spagna, Italia) fino ai Balcani». Secondo il sito polacco specializzato in economia hightech brandsit.pl, circa la metà delle imprese che operano in Europa hanno cominciato a decentralizzare la catena di approvvigionamento puntando principalmente all’Europa centro-orientale.
Le ragioni sono chiare: da oltre vent’anni dentro l’Ue, questi Paesi, molti dei quali con già una lunga tradizione industriale e istruzione elevata, si sono fortemente modernizzati. Hanno ormai buone infrastrutture, alti livelli di formazione universitaria soprattutto nelle alte tecnologie e un ampio bacino di personale altamente qualificato. Allo stesso tempo, i salari sono dal 30 al 60% inferiori a quelli dell’Europa Occidentale.
A dominare è anzitutto la Polonia, scelta dal 56% delle aziende che vogliono investire nell’Europa centro-orientale per il nearshoring. Il Paese, sesta potenza economica nell’Ue, prosegue la sua impetuosa crescita (4,1% la stima di crescita del Pil per il secondo trimestre 2026, cifre da far sognare l’Italia o la Germania). L’hightech qui è in pieno boom: l’export polacco nel settore nel 2025 ha toccato quota 37,6 miliardi di dollari (circa 33 miliardi di euro), con un aumento del 12,5% rispetto all’anno precedente. Nel comparto si contano circa 100mila imprese, con una forza lavoro specializzata intorno alle 650mila persone, mentre le università sfornano circa 70-75.000 laureati in questo settore ogni anno. Il solo settore delle startup in Polonia è stimato intorno ai 58 miliardi di euro, con in primo piano Varsavia, seguita da Cracovia e Wroclaw. Non a caso la Polonia è stata scelta da colossi come Amazon, Zalando, Google, Microsoft per ricerca e sviluppo, centri dati, centri di servizi, stoccaggi. Lo scorso febbraio, la cinese Sungrow, produttore globale di tecnologie per le energie rinnovabile, ha annunciato che costruirà la sua prima fabbrica in Europa in Polonia, nella zona economica speciale di Walbrzych.
Un quadro simile ha però anche la Repubblica Ceca, fino a poco tempo fa la numero uno nel settore IT nella regione, con 200.000 addetti e investimenti di aziende come Foxconn, Samsung, Abb. Un po’ a sorpresa, si fa notare pure la Romania, la cui economia per il resto è praticamente in recessione: il 16% delle imprese che guardano all’Europa centro-orientale vuole investire in questo Paese. Anche qui l’hightech è in pieno sviiluppo, con 200mila addetti e 9mila laureati l’anno nel settore, e un sistema di startup valutato intorno ai 9,4 miliardi di dollari (circa 8,4 miliardi di euro). In Romania Amazon, Samsung, Huawei, Capgemini hanno stabilito centri di ricerca e sviluppo, logistica e servizi. Infine, c’è l’Ungheria che ha attirato la cinese Lenovo e, fuori dall’It, grandi costruttori di auto come Bmw, Mercedes-Benz, Byd.
Un fenomeno secondo gli esperti in ulteriore evoluzione anche se, soprattutto in Polonia, si registra un problema: il personale a disposizione comincia a non bastare più a soddisfare la domanda sempre in crescita. La risposta è chiara: puntare sull’automazione, a tutto vantaggio delle startup e in genere delle imprese hightech locali.
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