L'attore Preziosi, voce e interprete del vescovo di Ippona: «Continuo a nutrirmi dei suoi moniti»
In questa intervista l'attore racconta il suo amore per sant'Agostino, dottore della Chiesa da lui spesso portato in scena a teatro e sul piccolo schermo

Da oltre vent’anni Alessandro Preziosi cammina accanto a sant’Agostino. Prima l’incontro con le “Confessioni” all’Università Cattolica di Milano, poi il ruolo del vescovo di Ippona nella fortunata miniserie Rai “Sant’Agostino”, prodotta da Lux Vide insieme a un vodcast, e diretta da Christian Duguay, quindi il lungo percorso teatrale che ancora oggi lo porta in tournée con “Le Confessioni di Sant’Agostino”, adattamento di Tommaso Mattei, accompagnato dalle musiche elettroniche di Paky De Maio. Un dialogo mai interrotto con il grande Padre della Chiesa che torna d’attualità all’indomani della visita di papa Leone XIV a Pavia.
Preziosi, da dove nasce il suo rapporto con sant’Agostino?
«Ho iniziato molto tempo fa a Milano, all’Università Cattolica. Nel 2006 in occasione di una serie di letture delle “Confessioni” a cui partecipava Gérard Depardieu, chiamarono anche me. Mi ritrovai a leggere Agostino per la prima volta. Poi arrivò la proposta di questa produzione internazionale, la fiction “Sant’Agostino”, che lo raccontava dalla giovinezza fino alla sua morte e mi diede emozioni intense. Successivamente fui chiamato come narratore e inserii diversi brani di Agostino alla festa per papa Benedetto XVI all’Agorà dei giovani nel 2007 a Loreto: un incontro emozionante, soprattutto come fedele, davanti a 200mila ragazzi. Da lì, insieme a Tommaso Mattei, nacque l’adattamento delle “Confessioni” che porto ancora in scena, prodotte con Kohra.teatro.
Che cosa le ha lasciato questo lungo cammino accanto al santo di Ippona?
«Vent’anni e sembra ieri. Con sant’Agostino è facile che sembri ieri, perché il tempo non esiste. Quello che mi accompagna sono soprattutto i suoi moniti. Questo racconto rappresenta una guida, ma una guida senza stazioni, un percorso che si muove su un piano profondamente spirituale, quindi per definizione non definibile. Quando hai la sensazione di aver capito qualcosa, sei chiamato continuamente a nutrire ciò che hai capito. È come la manna: andava consumata ogni giorno. È come l’amore, che va rinnovato continuamente».
In questi anni è cambiato anche il suo rapporto con la fede?
«Non posso dire che mi aggrappo alla facoltà di non rispondere, perché so di essere ascoltato non soltanto da lei, ma da Qualcuno di più in alto. Sono a un punto in cui lotto a denti stretti con il mio carattere, con la vita mondana, con le mie resistenze, le mie tentazioni, le mie ipocrisie. Come dice sant’Agostino: “Sono terra e cenere, ma tu ti volgerai e avrai misericordia di me”. Posso dire che sono in una fase di ascolto».
Ha già incontrato papa Leone XIV?
«No, magari. Di papi ho incontrato Benedetto XVI, due volte. Certamente da quando è stato eletto questo Papa ha riportato i riflettori sul messaggio di Agostino. In fondo siamo confratelli».
Che cosa vede della matrice agostiniana nel nuovo Pontefice?
«È un tratto che si coglie soprattutto nei suoi gesti. Secondo la mia esperienza gli agostiniani, per definizione, non sentono il bisogno di esporsi con grandi proclami ma preferiscono esprimere la propria identità tra le righe. È una sensazione che provo anche quando frequento la Messa nella chiesa di Sant’Agostino a Roma. E la forza di Leone XIV emerge soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. Non ci sono derive mediatiche nel suo modo di esprimersi, perché c’è la consapevolezza che certe parole rischiano di essere parole al vento. E questo di certo appartiene alla sua matrice agostiniana».
Intanto a San Miniato vestirà i panni di san Francesco.
«Sì, il 28 luglio debutterò in piazza Duomo a San Miniato, con repliche fino al 30 luglio, come protagonista di uno spettacolo commissionato dal Dramma Popolare di San Miniato su testo di Davide Rondoni, “La ferita, la letizia”, su san Francesco. Le musiche di Giacomo Bevilacqua sono particolarmente originali e innovative rispetto alla modernità che vogliamo dare a questa commemorazione, sia per la natura del testo sia per la messa in scena che realizzeremo».
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