Dalle isole Canarie fino a Lampedusa: inizia il pellegrinaggio del Papa sulle rotte dei migranti
Da sabato il viaggio di Leone XIV in Spagna che si concluderà nell’arcipelago dove approdano le traversate atlantiche che partono dall’Africa. Il vescovo delle isole: «Le partenze da Mali e Senegal per guerre, neocolonialismo e clima. Siamo la porta sud d’Europa che non può restare indifferente»

Prima nelle isole Canarie; poi a Lampedusa. Parte dalla Spagna il “pellegrinaggio” di Leone XIV sulle rotte dei migranti: quelle di accesso all’Europa per chi fugge da povertà, guerre, crisi ambientali; quelle dove riscatto e morte si intrecciano; quelle in cui si alzano i muri degli Stati o della politica ma anche dove si tocca con mano la solidarietà della gente comune, della Chiesa, delle organizzazioni umanitarie. Il Papa sceglie di percorrerle per riaffermare che è «una questione di giustizia» la vicinanza ai migranti, come ha detto dall’Algeria lo scorso aprile. Prima tappa: l’arcipelago nell’oceano Atlantico che batte bandiera spagnola e che dista poco più di cento chilometri dalla costa nord-occidentale dell’Africa. Approdo della traversata atlantica, la più mortale del mondo: secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un decesso su sette registrato lungo gli itinerari migratori è legato ai viaggi della speranza verso le Canarie. «Siamo arrivati ad avere quasi 10mila morti in un solo anno nel mare che ci circonda. E l’Occidente si volta dall’altra parte, indifferente a questa carneficina che fa delle nostre acque un cimitero anche della civiltà», racconta il vescovo delle Canarie, José Mazuelos Pérez. Succedeva nel 2024 quando gli sbarchi erano stati 47mila. Sarà lui a dare il benvenuto al Papa che concluderà nell’arcipelago la sua visita in Spagna in programma da sabato 6 giugno a venerdì 12. Due giornate, le ultime del viaggio apostolico, «nel segno della carità verso i nostri fratelli sopraffatti e di sostegno a chi li salva e li soccorre», sottolinea monsignor Pérez, 65 anni, un master in bioetica al Gemelli di Roma e la nomina episcopale firmata da Benedetto XVI. Meno di un mese dopo, Leone XIV sarà a Lampedusa, sulla rotta mediterranea. La data della visita è quella del 4 luglio: scelta simbolica per il primo Papa statunitense che celebrerà il giorno dei 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza americana nell’isola dell’accoglienza dove nel 2025 gli arrivi dal nord Africa sono stati quasi 40mila, mentre i morti nel Mediterraneo centrale 1.314.

Gli sbarchi record e la lettera al Papa
La sosta alle Canarie nasce oltre un anno fa. «Era l’inizio del 2025 - racconta il vescovo - quando abbiamo avuto un’ondata di sbarchi straordinaria: in particolare, sono giunti quasi 4mila minori, stremati dai viaggi in mare ma soprattutto senza la possibilità di un futuro certo». Le autorità locali avevano più volte criticato l’inadempienza dello Stato spagnolo nel garantire ai ragazzi l’accesso al sistema di protezione internazionale e nel fornire risorse adeguate all’accoglienza. «Allora abbiamo scritto a papa Francesco - continua Mazuelos Pérez -. Volevamo che i politici si mobilitassero e prendessero sul serio ciò che stava accadendo. Il Pontefice si era subito dichiarato disponibile a venire qui. Quando i preparativi del viaggio sono cominciati, è stato ricoverato in ospedale e tutto si è fermato. Con l’elezione di Leone XIV, l’invito è stato rinnovato e la visita si concretizza adesso». Una pausa. «Le Canarie sono un faro di speranza per chi abbandona l’Africa subsahariana, ma anche un monito di fronte alla crisi migratoria che non può lasciare insensibile il nord del mondo». Certo, aggiunge José Mazuelos Pérez, Leone XIV giunge anche «in una terra profondamente secolarizzata, dove il boom turistico ha prodotto una rapida crescita economica e un’eclissi del sacro».

Le traversate della morte
C’è chi lo ha ribattezzato il “molo della vergogna”. È il porto di Arguineguín, sull’isola di Gran Canaria, che il Papa visiterà giovedì 11 giugno. Lungo le banchine incontrerà le realtà di accoglienza dei migranti, appuntamento che precederà la Messa nello stadio locale. «È il luogo simbolo della rotta atlantica dove sono rimasti ammassati anche 3mila migranti senza avere nulla», spiega il vescovo. Tende sui moli e centri sovraffollati restano all’ordine del giorno. «Leone XIV ascolterà le testimonianze dei sopravvissuti, deporrà una corona di fiori in mare in memoria di tutti coloro che non ce l’hanno fatta e verrà innalzata una croce, ispirata alla Porta d’Europa di Lampedusa, che è stata realizzata con i resti delle barche partite dall’Africa». Le chiatte di fortuna, spesso precarie e sovraccariche, sfidano le forti correnti dell’oceano che fanno della rotta “spagnola” una delle più pericolose del pianeta. Direttrice che è diventata la corsia preferenziale verso il territorio iberico dopo il giro di vite alle frontiere di Melilla e Ceuta intorno a Gibilterra, frutto dell’accordo economico fra Spagna e Marocco. A renderla appetibile anche il rafforzamento dei controlli nel Mediterraneo che hanno spinto le barche verso l’Atlantico e a itinerari ben più lunghi e drammatici. «È un inferno fra le onde ciò che abbiamo vissuto», hanno raccontato i profughi ai soccorritori. La durata dei viaggi della disperazione varia dalle 48 ore, se la partenza è dal Marocco, agli undici giorni, se si salpa da Senegal o Gambia. «Spesso a bordo c’è scarsità di acqua e cibo - ripercorre monsignor Mazuelos Pérez -. Salvarli è un dovere. Come fanno i nostri pescatori a cui renderemo omaggio durante la visita del Papa. Ed è un dovere accoglierli. Si tratta di vincere le paure e aprire il cuore. In gioco c’è anzitutto la dignità della persona, ma anche la misura umana delle nostre società».

Dietro i flussi le guerre e la tratta
Era il 28 agosto 1994 quando i primi due giovani del Sahara occidentale arrivavano alle Canarie aprendo di fatto la rotta atlantica. In trent’anni 250mila persone hanno raggiunto l’arcipelago. Flussi alimentati anche dalle guerre in Africa. Il Paese da cui proviene il maggior numero di migranti è il Mali, nazione dove il conflitto è riesploso. «Una guerra brutale che costringe la popolazione a fuggire», racconta il vescovo. Partenze che, comunque, derivano da una crisi più ampia: quella che si sta sviluppando nella parte occidentale del Sahel, intrappolata fra instabilità politica, regimi autoritari, violenza, terrorismo, sfruttamento, neocolonialismo, insicurezza alimentare e cambiamenti climatici. Come testimoniano le ondate dal Senegal dove a spingere i giovani ad andarsene è il tracollo della pesca dovuta anche alla presenza di navi europee: ne è stata la prova più evidente la “crisi dei cayucos”, dal nome delle piroghe dei pescatori di Senegal e Mauritania usate per fuggire, che nel 2006 aveva fatto toccare la cifra record 31mila migranti alle Canarie. «Leone XIV ha ragione quando chiede di moltiplicare le oasi di pace, rimuovere le cause della disperazione, combattere chi lucra sulla sventura altrui», dichiara monsignor Mazuelos Pérez. E punta l’indice contro «le mafie che stanno dietro il traffico di esseri umani: sono sempre più potenti e collegate al narcotraffico. Come diceva Benedetto XVI, il fenomeno migratorio è figlio della globalizzazione e la risposta non può che essere un impegno per la giustizia globale».


La politica che alimenta paure e razzismo
Il vescovo della Canarie chiama in causa la politica. «Denuncio costantemente la strumentalizzazione del tema migranti da parte dei partiti: quelli populisti e di destra che fomentano i timori e il razzismo ma anche il concetto di invasione; quelli di sinistra che propongono una retorica fatta di parole ma non di azioni e il modello degli ingressi illimitati. Alla politica noi vescovi chiediamo di avviare canali che permettano a tutti i migranti di condurre una vita dignitosa». La visita del Papa sarà anche un appello all’Europa. «Il continente è tenuto a ripensare se stesso. Non può sostenere che la strada sia sigillare i confini. Si tratta di lavorare insieme per trovare una soluzione condivisa e dettata dal bene comune», avverte Mazuelos Pérez. Poi richiama le parole di Leone XIV che di ritorno dall’Africa aveva invitato il mondo benestante a supportare i Paesi più fragili. «Va garantita la libertà di emigrare, quindi di non essere respinti. Ma anche quella di restare nelle proprie terre. Ciò significa favorire il progresso dei popoli».

I corridoi di ospitalità
Nell’ultimo anno gli sbarchi sono diminuiti di oltre un terzo. Ma non il numero di minori non accompagnati, autentico banco di prova per l’arcipelago. Provengono da Mali, Senegal e Marocco. «Sono le famiglie stesse a pagare i viaggi: si vuole dare un domani migliore ai figli ma in questo modo si impoveriscono i Paesi delle nuove generazioni», dice monsignor Mazuelos Pérez. A loro guarda la Chiesa. «Quando compiono 18 anni, finiscono per strada. La comunità ecclesiale è la sola che parla di integrazione. C’è bisogno di formazione, di lavoro, di alloggi». Ecco i “Corridoi d’ospitalità”, esperienze che consentono ai ragazzi di lasciare le isole d’approdo e di studiare o lavorare sulla terraferma spagnola grazie alle Caritas delle diverse diocesi che li prendono in custodia. «Così non vengono abbandonati a loro stessi e assicuriamo un avvenire degno», fa sapere il vescovo delle Canarie. Non è un caso che a Tenerife, venerdì 12 giugno, il Pontefice abbia in agenda di incontrare le organizzazioni impegnate sul versante dell’integrazione, prima di celebrare la Messa nel porto, evento finale del suo viaggio in Spagna.
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