martedì 7 novembre 2017
Domenica scorsa il Pontefice ha definito la religiosa uccisa nel 1995 «la suora del sorriso». Il suo killer, pentitosi in carcere è stato perdonato e accolto dalla famiglia della religiosa
«Uccisi suor Vattalil. Poi il perdono mi ha trasformato»

Mentre oltre 15mila persone festeggiavano sabato scorso la beatificazione della clarissa francescana Rani Maria Vattalil a Indore, durante una celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, un uomo era in lacrime. Si trattava di Samunder Singh, cioè l’uomo che aveva pugnalato 54 volte suor Rani Maria, il 25 febbraio 1995, mentre viaggiava su un bus che trasportava circa cinquanta passeggeri, su un sentiero remoto della giungla. La religiosa, 41 anni, di cui è stato riconosciuto il martirio, stava andando a prendere un treno per raggiungere il piccolo villaggio di Pulluvazhu, suo luogo natale, vicino alla città di Kochi, nella regione meridionale di Kerala. Sabato scorso all’inizio della liturgia Stephen Vattalil, il fratello maggiore di suor Maria, ha abbracciato forte l’omicida della sorella, che in carcere ha cambiato vita, ricevendo, grazie alla testimonianza di un sacerdote, il dono della fede. «Volevo esserci e così sono venuto, ha raccontato ad Avvenire Samunder Singh mentre la funzione di beatificazione finiva.

Per partecipare al rito ha dovuto camminare oltre 10 chilometri, a piedi, dal suo villaggio di Semlia per prendere un bus e così raggiungere Indore. «Quello che è successo è molto brutto. Me ne sono pentito ma adesso sono felice perché il mondo intero festeggia la nuova beata» ha aggiunto Samunder, che aveva 22 anni quando commise l’omicidio, commissionato da alcuni usurai che si erano sentiti danneggiati dall’opera della suora che aiutava le donne del villaggio. Suor Vattalil infatti aveva avviato gruppi di aiuto fai da te per donne e altri abitanti del villaggio e li aveva liberati dalla morsa feroce degli usurai, che tenevano in condizione di schiavitù i più poveri, aiutandoli a trovare linee di credito e agevolazioni fiscali per la coltivazione dei terreni. L’alta corte ha cambiato l’iniziale sentenza di condanna a morte in ergastolo, poi è venuta la richiesta, accolta, della grazia, da parte della famiglia stessa della religiosa. Benché naturalmente si senta in colpa Samunder Singh è felice per la religiosa che considerava una benedizione per il mondo. Da quel giorno del 1995 la sua vita è radicalmente cambiata anche sotto il profilo affettivo. La moglie infatti lo ha lasciato portando con sé il figlio e oggi conduce un’esistenza solitaria di contadino. Tuttavia è felice: «ho cambiato atteggiamento nei confronti della vita. Sono un uomo nuovo e aiuto gli altri».

Singh (a destra) col fratello della beata

Singh (a destra) col fratello della beata

Soprattutto a cambiarlo è stato il perdono. «Lei mi ha dato una nuova vita con il suo atto di perdono. Sono un uomo trasformato» ha aggiunto Singh, spiegando come la sorella minore di suor Rani Maria, suor Selmy, anche lei clarissa, l’abbia accettato formalmente come fratello mentre stava ancora scontando la condanna in prigione e come questo gesto abbia facilitato la sua scarcerazione. Ma decisivo nel cammino di riconciliazione e per l’incontro con la famiglia della suora assassinata anche l’impegno di padre Swami Sadanand, carmelitano di Maria Immacolata, morto nel marzo 2016. Il sacerdote aveva visitato Singh più volte in prigione, dal 2002, e aveva portato suor Selmy a incontrarlo. La suora aveva legato un rakhi, un braccialetto rosso, sulla sua mano, un rito che indicava che accettava Singh come suo fratello. Dopo qualche tempo il sacerdote ha chiesto che Singh venisse liberato dalla prigione. Ufficiali del tribunale hanno acconsentito, nel 2006, a liberarlo dopo che dichiarazioni obbligatorie erano state firmate da suor Selmy, dai suoi genitori e da ufficiali ecclesiastici.

Quando suor Selmy è tornata a casa, nello stato meridionale del Kerala, nel gennaio 2007, per visitare Paul Vattalil, il padre malato di 82 anni, Singh ha accompagnato la religiosa e si è scusato con i suoi genitori. Da allora l’uomo è stato in contatto regolare con suor Selmy che è stata mandata nello stesso convento di Udainagar, a 40 chilometri da Indore, dove la sorella Rani Maria è stata sepolta. Tomba nei pressi della quale, dopo la beatificazione l’arcivescovo Giambattista Diquattro, nunzio apostolico in India, ha celebrato la Messa di ringraziamento, alla presenza di numerosi vescovi e oltre 3.000 fedeli, compresi 200 parenti dei parrocchiani di suorVattalil provenienti da Kerala. Sempre domenica scorsa infine l’omaggio a suor Rani Maria da parte del Papa, che all’Angelus ha auspicato che «il suo sacrificio sia seme di fede e di pace, specialmente in terra indiana. Era tanto buona – ha concluso il Pontefice –. La chiamavano “la suora del sorriso”». ( Traduzione di Silvia Guzzetti)

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