Il vescovo-medico di Helsinki: «La risposta all'eutanasia? Cure palliative anche per l'anima»
di Andrea Galli
Parla Raimo Goyarrola, che pochi giorni fa ha difeso una tesi di dottorato in medicina con una ricerca innovativa sull’aspetto spirituale del fine vita.

A Kuopio, dove si trova uno dei due campus dell’Università della Finlandia Orientale, lo scorso 5 giugno è andata in scena la discussione di una tesi di dottorato in medicina decisamente insolita. Non soltanto per il tema – «Spiritualità nelle cure palliative in Finlandia» – ma soprattutto per il nome del dottorando: Raimo Goyarrola, vescovo di Helsinki dall’autunno 2023. Nato a Bilbao, poliglotta e laureato in medicina prima di diventare sacerdote, Goyarrola arrivò in Finlandia nel 2006 come membro dell’Opus Dei e da allora non ha più lasciato il Paese dei mille laghi.
Eccellenza, cosa l’ha spinta a fare questo dottorato?
«La pandemia di Covid-19 mi ha spinto a riflettere su ciò che avrei potuto fare per i malati e per chi soffre. Per caso ho incontrato uno dei maggiori esperti di cure palliative in Finlandia e da lì è nato il progetto di ricerca. Prima come sacerdote e poi, negli ultimi due anni e mezzo, come vescovo, ho condiviso lezioni, esami e attività accademiche con ricercatori, ma anche momenti di confronto con pazienti e operatori sanitari. È stata un’esperienza sorprendentemente positiva, sia per me sia per le persone che ho incontrato».
In un Paese ampiamente scristianizzato come la Finlandia, quando lei parla di sofferenza spirituale, distinta da quella psicologica, viene compreso dal mondo medico-scientifico?
«Purtroppo il termine “spirituale” viene spesso identificato esclusivamente con “religioso” e, in alcuni ambienti, ciò che è religioso è considerato una questione privata. In realtà, la dimensione spirituale può essere esistenziale, spirituale in senso stretto, oppure religiosa. Il religioso è sempre spirituale, ma non tutto ciò che è spirituale è religioso. I pazienti, in quanto esseri umani, possiedono una dimensione spirituale che talvolta manifesta bisogni specifici, diversi da quelli biologici, fisici o psicologici. Numerose ricerche dimostrano che esiste una sofferenza spirituale distinguibile sia dal dolore fisico sia dall’angoscia psicologica, e che deve essere riconosciuta e trattata come tale. Grazie alla nostra ricerca e ai risultati che abbiamo ottenuto sono stato invitato a tenere corsi e seminari sulla spiritualità nelle cure palliative presso quattro centri di formazione per medici in Finlandia. Questo dimostra che vi è un interesse crescente verso questo tema e una sempre maggiore volontà di comprendere che cosa significhi realmente la dimensione spirituale della persona nel contesto delle cure palliative. Sempre più professionisti sanitari riconoscono l’importanza di affrontare non soltanto gli aspetti fisici e psicologici della sofferenza, ma anche quelli spirituali ed esistenziali».
C’è un caso di avvicinamento alla morte, tra quelli a cui ha assistito come sacerdote e studioso, che l’ha colpita particolarmente?
«Spesso sono i familiari e gli amici a soffrire più della persona malata. Credo che chi è malato possieda un proprio meccanismo di forza interiore e, se è aperto ad essa, riceva anche la grazia di Dio. Ricordo il caso di una giovane donna affetta da cancro con metastasi, alla quale i medici avevano dato appena due settimane di vita. Non era credente, ma, come mi disse lei stessa, si considerava una persona spirituale. Iniziammo a parlare delle sue necessità spirituali utilizzando i questionari sviluppati nell’ambito della nostra ricerca. Sentiva dentro di sé una sofferenza profonda, ma non riusciva a identificarne la causa. Non si trattava di un dolore fisico, bensì di una sofferenza interiore. Esaminando insieme le diverse dimensioni dei bisogni spirituali emerse chiaramente ciò di cui aveva realmente bisogno: essere ascoltata e trattata come una persona, con la sua dignità e la sua storia, nonostante le rimanessero soltanto poche settimane di vita. Al termine della conversazione mi ringraziò profondamente. Mi disse di sentirsi finalmente in pace, di aver ritrovato serenità e persino una forma di gioia interiore. Morì poco tempo dopo, ma lo fece in pace».
Lei crede alle esperienze di pre-morte (Near-Death Experiences)?
«Ho ascoltato personalmente le testimonianze di persone che sono state molto vicine alla morte, o che sono state dichiarate clinicamente morte per un breve periodo, e che raccontano di aver assistito al proprio funerale o di aver osservato la scena dall’esterno del proprio corpo. Molte descrivono sensazioni simili: l’impressione di lasciare il proprio corpo e osservare ciò che accade dall’alto, l’attraversamento di un tunnel verso una luce intensa oppure una rapida revisione dei momenti più significativi della propria vita. Non sono un esperto in questo campo, ma ritengo che, in alcuni casi, possano trattarsi di grazie particolari che Dio concede a determinate persone. Non escludo che queste esperienze possano avere anche una base fisiologica o neurobiologica, ma non possiedo le competenze scientifiche necessarie per pronunciarmi in merito».
Lo scorso ottobre lei ha firmato una dichiarazione congiunta con l’arcivescovo ortodosso Elia (Wallgren) e il vescovo luterano Teemu Laajasalo per dire no all’eutanasia e chiedere un rafforzamento delle cure palliative in Finlandia. Un’iniziativa legata alla legge sul fine vita in discussione al Parlamento di Helsinki. A che punto è questa legge?
«Prima di tutto, quella dichiarazione rappresentava un “sì” alle cure palliative e, proprio per questo, un “no” all’eutanasia. Le cure palliative costituiscono infatti la vera risposta alle malattie incurabili: permettono di trattare i sintomi fisici, psicologici e spirituali, migliorando la qualità della vita e alleviando il dolore e la sofferenza. Esistono alcuni settori della società che sostengono l’eutanasia non per una reale necessità medica – che a mio avviso non esiste – ma per motivi ideologici, legati all’idea dell’autodeterminazione assoluta sulla propria vita. Per quanto riguarda il progetto di legge, al momento il processo è sostanzialmente fermo e ritengo che durante l’attuale legislatura non verrà approvato».
La Finlandia continua a vincere, ormai da diversi anni, il titolo di Paese più felice del mondo secondo il World Happiness Report dell’Onu. Si sta davvero così bene in Finlandia?
«Questi indici si basano soprattutto su parametri materiali e concreti, che certamente contribuiscono alla felicità. Tuttavia, la vera domanda è: che cos’è la felicità? Gli stessi finlandesi spesso si sorprendono di essere considerati il popolo più felice del mondo. Anche qui esistono preoccupazioni e difficoltà: la tensione causata dalla guerra in Ucraina, le conseguenze economiche del conflitto e le incertezze che molti giovani vivono riguardo al proprio futuro. Per questo motivo, credo che la felicità non possa essere misurata soltanto attraverso indicatori economici e sociali, ma debba tenere conto anche della dimensione umana, relazionale e spirituale della persona».
Le Chiese della Scandinavia stanno vivendo da tempo una crescita sensibile, in particolare in Norvegia e Svezia, in un clima di ottimismo riguardo al futuro. Che aria si respira nel cattolicesimo finlandese?
«Anche in Finlandia stiamo vivendo una fase di crescita. Aumentano il numero dei bambini, delle conversioni, degli immigrati e dei rifugiati che entrano a far parte delle nostre comunità. La Chiesa cattolica in Finlandia è una Chiesa unita, fedele, viva, pia e missionaria. Guardiamo al futuro con speranza e fiducia, consapevoli delle sfide che ci attendono ma anche delle opportunità che Dio ci offre. Su una popolazione di 5,6 milioni di abitanti in Finlandia siamo circa 20mila cattolici in tutto il Paese, con più di 125 nazionalità e tutti i riti della Chiesa universale. Siamo come un bonsai della Chiesa: piccolo, ma vivo e profondamente radicato nella stessa realtà universale. È una grande ricchezza, anche se porta con sé numerose sfide. Tuttavia, con Gesù al centro delle nostre vite, tutto diventa possibile».
Qual è una storia di fede o di conversione che l’ha colpita da quando è vescovo di Helsinki?
«Di una giovane madre, non cattolica, con sette figli. Mi contattò perché desiderava parlare della sua fede e del suo desiderio di entrare nella Chiesa cattolica. Non la conoscevo affatto prima di allora. Viveva a circa 200 chilometri dalla parrocchia cattolica più vicina. Attraverso telefonate regolari abbiamo iniziato un percorso di accompagnamento spirituale. All’inizio il marito era contrario alla sua conversione e non voleva che né lei né i figli diventassero cattolici. Con il tempo, però, accettò la sua scelta. Quella donna cominciò a percorrere 200 chilometri per partecipare alla Messa. Dopo un periodo di preparazione fu accolta nella Chiesa cattolica. Successivamente, man mano che i figli raggiungevano l’età adulta, anche loro hanno chiesto di entrare nella Chiesa. Oggi lei è cattolica e quattro dei suoi figli hanno già compiuto lo stesso passo. Il padre continua a non condividere pienamente questa scelta, ma l’ha rispettata e accettata. Mi ha sempre colpito la fede e la perseveranza di questa madre, capace di andare controcorrente con grande fiducia in Dio. Proprio una settimana fa anche sua madre e tre dei figli più piccoli sono entrati nella Chiesa. È un vero contagio di fede, speranza e amore, vissuto con grande gioia. Magari il prossimo a godere di questa gioia sarà suo marito. Anche così cresce la Chiesa cattolica in Finlandia».
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