Il sindaco Dc che prese la croce su di sé. Giuseppe Castagnetti, la politica è carità
Guidò Prignano sulla Secchia (Modena) dal 1946 al 1959. Con Giovannina, sposata nel 1939, ebbe dodici figli. Uomo di fede profonda, in famiglia come nel servizio pubblico si donò tutto agli altri. Finì la vita in povertà, vittima di giochi di potere

«Io ho due famiglie, entrambe numerose, la mia famiglia ed i prignanesi: con tutti cerco di essere un buon padre!». Con questa espressione sintetizzava la propria esperienza Giuseppe Castagnetti, dichiarato venerabile lo scorso 23 marzo. Nato a Montebaranzone, frazione di Prignano sulla Secchia, in provincia di Modena, il 15 marzo 1909, è uno di quegli uomini del secondo dopoguerra che hanno accettato la politica inizialmente loro malgrado, rendendola poi una missione e una via di santità possibile e dimostrabile.
«Lui era un casaro», spiega Laura Niero, membro della Commissione storica durante il processo diocesano della sua causa di beatificazione, «e avrebbe continuato quel mestiere, ma all’uscita della guerra c’era la ricostruzione da affrontare. L’Azione Cattolica modenese aveva invitato tutti i cristiani a dare il proprio contributo in quel momento così cruciale, perché bisognava avere le idee chiare su quale Italia si andava a costruire. Il parroco di Prignano ha chiesto a Castagnetti un atto di obbedienza e lui ha accettato di fare il sindaco. Nessuna delle forze politiche ha avuto nulla in contrario rispetto alla sua persona e al suo nome: non solo i sostenitori della Democrazia Cristiana, che lui rappresentava, ma anche le sinistre e il Partito Comunista».
Quasi non si contano i gesti compiuti da Giuseppe nei suoi tre mandati consecutivi (dal 1946 al 1959) come sindaco di Prignano, paese situato sull’Appennino modenese, uscito distrutto dopo la Seconda guerra mondiale. Il principale è il piano per l’acquedotto: paga di tasca propria gli studi preliminari e quasi scandaglia il territorio per scoprire le sorgenti attraverso le quali l’acqua può essere meglio convogliata. Non si accontenta del proprio Comune, ma coinvolge anche quelli limitrofi e le altre frazioni.
Un’altra sua preoccupazione è la scuola: ritenendola «indispensabile per assicurare il servizio importantissimo della pubblica istruzione», scrive alla Prefettura di Modena per sollecitare aiuti. Altrettanto frequenti sono i suoi viaggi a Roma per chiedere sostegno economico: per tutte queste opere ottiene il titolo di Cavaliere della Repubblica, ma i suoi estimatori preferiscono definirlo “cavaliere della carità”, anche per lo stile discreto e signorile che lo contraddistingue.
«Le tracce del suo modo di servire la comunità non sono solo nelle testimonianze orali, ma perfino nei documenti amministrativi», continua Niero. «Lui, prima di entrare nello specifico tecnico, parla sempre degli effetti sulla vita delle persone, della ricostruzione morale, del benessere, della serenità che possono portare le opere pubbliche e dell’incidenza che possono avere sulla vita delle singole persone. Ed è arrivato a dare tutto». In questo segue pienamente l’esempio di san Francesco d’Assisi, in quanto membro dell’Ordine Francescano Secolare, e di san Pio da Pietrelcina, che conosce in gioventù e che tornerà a visitare spesso. Partecipando alla Messa e guidando i figli nella meditazione dei misteri del Rosario, affida a Dio e alla Madonna le responsabilità che sente su di sé.
Giuseppe è stato paragonato a volte a Giorgio La Pira, attualmente anche lui venerabile: secondo Niero, li unisce «il fatto di vivere la politica come forma di carità, cioè come impegno cristiano e come servizio. Il motivo ispiratore a cui facevano riferimento», che vale per un’intera generazione di politici, tra i quali anche i cattolici chiamati a scrivere la Costituzione, «erano le parole del Vangelo, cioè l’insegnamento della carità che non conosce confini».
In quest’attività, Giuseppe Castagnetti non dimentica il suo compito di marito e di padre. L’11 febbraio 1939 sposa Giovannina Sghedoni e con lei mette al mondo dodici figli, due dei quali muoiono in tenera età. Man mano che la famiglia cresce, sistema i bambini in collegio, ma li tiene vicini a sé quando tornano a casa per le vacanze. La figlia Maria Pia è stata fondamentale per raccogliere, a Prignano e nel circondario, le testimonianze di tante persone aiutate dal suo “babbo”, come lo chiama ancora oggi. Anche un’altra figlia, Antonietta, diventata suor Anna Maria tra le Suore Francescane Missionarie di Cristo, conserva con affetto i ricordi della sua paternità, vissuta veramente all’ennesima potenza.
Tuttavia, specie nella fase culminante del suo impegno, il sindaco Castagnetti affronta molte incomprensioni: le principali arrivano dal “fuoco amico” di altri colleghi della Democrazia Cristiana, che non condividono la sua idea di politica. Viene costretto a dimettersi prima della fine del suo terzo mandato, tanto da essere abbandonato nel corridoio del Municipio dopo che è stata votata la sfiducia contro di lui. Già in precedenza aveva pensato di dimettersi, ma Padre Pio l’aveva esortato a continuare, per il bene della gente delle sue montagne. Non è più padrone del caseificio, quindi rimedia lavori scarsamente pagati. Gli vengono perfino piombati i tubi che irrigano il suo orto, fonte di sussistenza per l’intera famiglia. Eppure, secondo la testimonianza dei suoi cari, dalla sua bocca non escono mai parole di condanna. Al contrario, nel momento in cui spira tra le braccia della figlia Maria Pia, il 22 giugno 1965, mormora: «Chiedo perdono e perdono tutti quelli che mi hanno fatto del male».
Nella Messa di ringraziamento per la dichiarazione di venerabilità, celebrata lo scorso 21 giugno nel Duomo di Modena, Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena–Nonantola e vescovo di Carpi, ha dichiarato: «Certamente ha avuto coraggio e tenacia Castagnetti, animato da una fede capace di sostenere e supportare lungo il sentiero della vita. Credere può costare persecuzioni e richiede sacrifici ed attenzioni, ma rende libero il cuore: ringraziamo il Signore per il dono di persone capaci di testimoniare comunque e sempre la Verità».

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