Giosy Cento: Dio è musica, le mie canzoni nascono dall’Eucaristia e dalla Parola
Dal 1971 a oggi ha scritto più di mille brani e tenuto tremila concerti in giro per il mondo. Ma è sempre rimasto un prete vicino alla gente. Compie ottant’anni il cantautore che ha dato la “colonna sonora” a liturgie, incontri, campi scuola

Compie oggi ottant’anni e da mezzo secolo le sue canzoni fanno da colonna sonora a liturgie e campi scuola, catechesi e incontri di gruppi giovanili: dall’evergreen “Sei grande Dio”, pubblicata nel 1976 con le Paoline, a “Prendimi per mano Dio mio” uscita nel 1987, che in realtà s’intitola “Viaggio nella vita” ma è stata ribattezzata con il primo verso del ritornello e tradotta in almeno nove lingue, fra cui il cinese. Eppure don Giosy (Giuseppe) Cento, che ha scritto oltre un migliaio di brani e girato i cinque continenti grazie a tremila concerti con il gruppo Parsifal, mantiene la sua semplicità di uomo e prete vicino alla gente, in particolare agli ultimi. Problemi di salute gli impediscono di ripartire in tour, ma è uscito a giugno il suo ultimo disco “Scintilla io” e in autunno verrà pubblicato il libro-intervista “Lei è quel prete di Viterbo che canta” (edizioni Cvs), frase che gli disse san Giovanni Paolo II riconoscendolo durante una delle sue ultime udienze in piazza San Pietro. Nato a Ischia di Castro, in diocesi di Viterbo, e ordinato sacerdote il 30 dicembre 1969, è stato viceparroco dal 1974 e poi parroco dal 1988 fino al 2000 a Grotte di Castro, che ha lasciato su invito del vescovo di allora per dedicarsi completamente all’evangelizzazione attraverso la musica.
Don Giosy Cento, per lei cantare è stata una chiamata nella chiamata?
«Nel 1971, una sera non riuscivo a pregare; allora presi la chitarra e composi la prima preghiera in musica, “Emmaus”. In questo ministero, inaspettato e sorprendente, ho sentito quasi un completamento al sacerdozio e un modo bellissimo, ma faticoso negli anni, di realizzarlo».
Come nascono i brani? L’ispirazione da dove arriva?
«Dall’Eucaristia e dalla Parola di Dio. Cerco di fare un racconto biblico attraverso le canzoni. Mi chiedo sempre quali sono gli argomenti attuali che avranno una prospettiva almeno per dieci anni, prendo delle tematiche specifiche. È un lavoro molto lungo, scrivo tanto e poi faccio la selezione».
Il suo non è un nome d’arte né uno pseudonimo...
«Anche se mio padre mi ha chiamato sempre Giuseppe, fin da bambino tutti mi chiamavano Giosy: sembrava un nome un po’ particolare o esotico».
Nel 2007 lei ha fondato l’associazione “Ragazzi del cielo Ragazzi della terra”, che realizza progetti di solidarietà anche grazie alle vendite dei tuoi dischi.
«Nasce dopo un incidente in cui persero la vita tre giovani, tra cui il bassista dei Parsifal. Con questo gesto ho voluto ricordare tutti quei ragazzi che per incidente, malattia o scelte di vita sbagliate se ne vanno troppo presto, supportando i loro genitori ma anche i ragazzi che sono ancora qui».
Lei collabora da diversi anni con il padre oblato Vincenzo Bordo, missionario in Corea del Sud. Avete scritto due volumi per raccogliere fondi, l’ultimo s’intitola “Vi aspetto a Seul”, in vista della prossima Gmg.
«Lo supporto per presentare il libro, in questo periodo che è in Italia: in missione ogni sera fa mangiare 500-700 poveri e ha aperto dieci case per adolescenti abbandonati che vivono in strada».
Perché ha scelto che il suo ultimo album “Scintilla io”, uscito anche in vinile, prendesse il titolo proprio da questo brano fra le 15 tracce che lo compongono?
«Ho scritto questa canzone per ultima, in cui ho parlato tanto di me e del sacerdozio: Gesù ha portato il fuoco e io porto una piccola luce. Non mi aspettavo che il disco avesse tanto riscontro: alla presentazione, il 14 giugno nel mio paese, sono venute persone da Torino alla Puglia».
Nel disco si affrontano diversi temi d’attualità: ne puo accennare alcuni?
«Nel ritornello di “Portami a Jerusalem” canto: “Non c’è pace, non c’è amore, dalla città che chiamano ‘di Dio’. Ma vinceranno i poveri, perché Dio è con loro”. Ma la canzone più di successo al momento è “Puoi diventare santo anche tu”, “adottata” alla Marcia francescana di Assisi da un gruppo di giovani Lgbt+ che hanno partecipato. Il ritornello dice: “Dio non ha paura dei colori, li ha messi Lui nell’arcobaleno”. E nel testo: “Sì, anche io che mi chiamano gay, sono figlio amato, sono meraviglia di Dio”. Mi hanno contattato dei sacerdoti che accompagnano questi gruppi e alcuni giovani mi hanno scritto che ritorneranno in chiesa se questo brano è composto da un prete. In un pezzo parlo del suicidio giovanile, in un altro del perché mettere al mondo un figlio».
Com’è cambiata la musica cristiana in questi 50 anni? E la sua?
«La musica cammina con Dio perché Dio è musica. Cammina con i tempi: oggi c’è più professionalità e tecnologia, ingegneria elettronica e intelligenza artificiale; noi eravamo dilettanti sprovveduti allo sbaraglio. Una piccola sintesi che ho nel cuore: serve essere preghiera e far pregare, essere riflessione e far riflettere, essere emozione e far emozionare, essere conversione dell’anima e convertire. Le lotte banali fra chi difende la musica tradizionale e chi propone l’odierna christian music sono le solite spinte avanti e indietro presenti nella Chiesa. La mia musica? È sempre cambiata per arrivare ai giovani, senza seguire le mode ma con punti fermi: l’amore che è fondante, la ricerca, il bisogno di sentirsi utili, la comunicazione e la costruzione di relazioni, il tradurre l’esperienza di Dio in esperienze concrete e contatto con chi vive la fede».
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